Testimoni digitali
Un’alleanza educativa da costruire
"I media visivi ed elettronici, i media dominanti di oggi, hanno bisogno di un certo tipo di contenuti. Essi prosperano nella brevità, nella velocità, nel cambiamento, nell’urgenza, nella varietà, nelle sensazioni. Ma il pensiero ha bisogno di tempo. Ha bisogno di silenzio e delle capacità metodiche della logica". Sul sito della sua diocesi, in un paese dove Internet è di casa più che altrove, così scrive mons. Charles Chaput, arcivescovo di Denver. Quella che egli pone é una questione che coinvolge quanti vivono nella mediasfera, nel continente digitale e, in particolare, interroga coloro che intendono abitarla da cristiani.
Su strade informatiche che non hanno alcun limite di velocità, viene avvertita sempre più la presenza di un’umanità in ricerca, impegnata in una navigazione a tratti confusa e contraddittoria ma anche densa di domande, preoccupazioni e attese.
Dialogo o chiacchiericcio nella rete? La risposta, stando all’intento di questa breve riflessione, viene da una Chiesa che sta con amore dentro la storia e la cronaca, una Chiesa che sceglie di essere un segno di speranza per un mondo che cambia e che oggi vive la straordinaria rivoluzione culturale provocata dal digitale. Si tratta di porsi in ascolto, di discernere, di inaugurare una nuova forma di comunicazione senza tuttavia abbandonarne altre. Si tratta, ancora, di essere presenti con competenza, sensibilità e saggezza avvalendosi, in particolare, delle indicazioni dei messaggi di Benedetto XVI per le Giornate mondiali delle comunicazioni sociali 2009 e 2010.
È lo stesso Papa a ricordare alcune importanti attenzioni positive. La prima è far sì che la Parola, la Voce e il Volto non vengano spenti o smorzati dalle parole, dai suoni e dalle immagini on line ma si sostengano verso la bellezza e la verità.
Questione di linguaggi, questione di contenuti, questioni di tempi? Certamente sì, ma è alla coscienza degli abitanti del continente digitale che viene chiesto di essere vigile e costruttiva, di non smarrirsi nel caos oppure, al contrario, di non inorgoglirsi nel delirio di onnipotenza. È un percorso educativo che occorre pensare, progettare e realizzare perché non siano gli strumenti a dominare l’uomo ma sia l’uomo a utilizzarli per crescere in dignità e fraternità.
Si pone una scelta impegnativa e, nello stesso tempo, affascinante per ogni educatore, a cominciare dai genitori, perché i primi e più interessati fruitori e attori delle nuove tecnologie sono i loro figli.
Come accompagnarli in un’avventura che, con il suo fascino e il suo rischio, trova spesso impreparati gli adulti? C’è un’alleanza da costruire, con pazienza e fiducia, sempre rifuggendo dall’essere apocalittici, integrati, indifferenti.
È di riferimento la scelta della Chiesa italiana che pone il tema dei "testimoni digitali" proprio all’inizio del suo cammino decennale dedicato all’impegno educativo. Il convegno, che si terrà a Roma dal 22 al 24 aprile, indicherà le piste e le direzioni per una originale e perché no? simpatica presenza cristiana nel continente digitale abitato soprattutto dalle nuove generazioni. E sarà ancora Benedetto XVI a indicare i fondamenti di questa testimonianza.
Un capitolo nuovo si apre anche per il dialogo tra generazioni per il quale il video può diventare un ponte e non una moderna icona di un muro invalicabile. Un’apparente difficoltà può rivelarsi un’occasione straordinaria per ricucire gli strappi della comunicazione tra le diverse età.
È necessario un supplemento di quella fiducia che sta nella capacità dell’uomo di utilizzare i nuovi linguaggi per ascoltare e raccontare nello scorrere del tempo la vita, la sofferenza, la speranza, la gioia. La Chiesa stessa ha imparato e sta imparando a proclamare il messaggio di Cristo con nuovi idiomi e modi rispondenti a contesti sociali e culturali in profonda trasformazione.
Non si trova impreparata e ancor meno timorosa di fronte ai linguaggi e alle regole delle nuove tecnologie. Certamente avverte la responsabilità di non lasciar sommergere la Parola dalle parole.
"La Chiesa scrive mons. Paul Tighe, segretario del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali è ‘poliglotta’ da molto tempo. Il nuovo linguaggio, che essa deve conoscere bene per poter essere presente nel nuovo forum di idee e informazioni, affiancherà gli altri linguaggi della sua tradizione. Coloro che si preoccupano che il linguaggio della cultura digitale sia eccessivamente banale o effimero per tradurre la profondità del messaggio cristiano devono tenere presente che non si tratta di un linguaggio che andrà a sostituire il linguaggio preciso del dogma e della teologia o il ricco linguaggio dell’omiletica o della liturgia, ma servirà invece a stabilire un punto iniziale di contatto con coloro che sono lontani alla fede".
Le parole di mons. Tighe richiamano il titolo e il contenuto del direttorio Cei "Comunicazione e missione" che, dopo sei anni, rimane contributo e stimolo per una fede pensata e comunicata.
Tocca in particolare ai laici togliere il direttorio dallo scaffale e tradurlo in scelte culturali ed educative rispondenti alle diverse caratteristiche sociali e culturali del territorio. Con la consapevolezza che anche nella rete, nell’alleanza tra volto e video, la comunicazione è l’altro nome della missione.
Paolo Bustaffa