ORA DI RELIGIONE

Nessun proselitismo

Il futuro è il dialogo nella ricerca della verità

“L’Irc è oggi l’occasione scolastica per impostare un dialogo efficace e fecondo con le nuove generazioni di immigrati che frequentano le scuole italiane e che cercano di integrarsi a partire dall’esperienza scolastica”. È quanto ha sottolineato don Vincenzo Annichiarico, responsabile del Servizio nazionale della Cei per l’Irc, aprendo il 17 marzo il seminario su “La dimensione religiosa del dialogo interculturale”, organizzato dal Servizio Cei in collaborazione con il Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose. “Lungi dall’essere strumento di proselitismo”; ha precisato il responsabile, l’ora di religione “si pone anche al servizio degli studenti non cattolici, non cristiani o non credenti, giacché presenta con onestà e correttezza la tradizione religiosa che ha segnato indelebilmente la storia del nostro Paese”. “L’esperienza concreta di tanti insegnanti di religione – ha riferito don Annichiarico – testimonia che questo è possibile ed è comunemente apprezzato tanto dagli studenti italiani quanto dai figli di immigrati”.

La scelta dell’interculturalità. “La scelta dell’interculturalità si presenta come un’idea-guida in risposta a diverse interpretazioni del pluralismo avanzate e realizzate in campo sociale, politico ed educativo”. È quanto risulta dal Libro Bianco sul dialogo interculturale, pubblicato dal Consiglio d’Europa nel 2007. A parlarne è stato mons. Vincenzo Zani, sottosegretario della Congregazione per l’educazione cattolica, intervenuto al seminario Cei sull’Irc. Secondo mons. Zani, l’approccio relativista e l’approccio assimilazionista – i due principali approcci al pluralismo – sono entrambi “incompleti”. La “neutralità” relativista, infatti, “si limita ad accettare l’altro senza implicare uno scambio e un riconoscimento ad una reciproca trasformazione”, e sottoforma di “multiculturalismo” si manifesta come “un eclettismo culturale dove le culture vengono considerate sostanzialmente equivalenti e tra loro interscambiabili”. C’è poi l’approccio assimilazionista, che si verifica quando, “in un Paese a forte immigrazione, si accetta la presenza dello straniero solo a condizione che rinunci alla propria identità, alle proprie radici culturali per abbracciare quella del Paese ospitante”. L’approccio interculturale, invece, è un “processo a doppio senso”, finalizzato “a vivere insieme” e a far sì che “gli immigrati possano partecipare pienamente alla vita del Paese d’accoglienza”. Oggi, secondo il sottosegretario, c’è “un forte consenso sulla responsabilità delle comunità religiose, circa il compito di contribuire, attraverso il dialogo interreligioso, al rafforzamento della comprensione tra culture diverse”. Di qui la necessità di “maggiori sforzi di collaborazione tra queste e le autorità pubbliche”.

Il modello confessionale. “L’insegnamento della religione a contenuto confessionale rappresenta il modello largamente prevalente a livello europeo”. È quanto risulta da una ricerca Ccee-Cei sull’insegnamento della religione in Europa, curata da Alberto Campoleoni e da lui presentata nel corso del seminario Cei sull’Irc. Dal punto di vista istituzionale, ha spiegato il relatore citando il documento conclusivo della ricerca, il “modello” di Irc “confessionale” si caratterizza per il fatto che lo Stato si dichiara “non competente” in materia religiosa, ma ritiene che essa “faccia parte del patrimonio storico e culturale di cui è necessario offrire le ‘chiavi’ di accesso ai cittadini, nel rispetto delle scelte personali di ciascuno e delle famiglie”. In questo modello, ha puntualizzato, lo Stato “nel chiedere alle Chiese e alle diverse denominazioni religiose di curare tale offerta formativa, non dichiara solo la propria non competenza, ma anche il valore aggiunto rappresentato dal fatto che tale offerta viene da comunità vive e vitali, portatrici certamente di una cultura e di una tradizione che affonda le radici nel passato, ma anche di una testimonianza resa nel presente e proiettata verso il futuro”.

Gestire la pluralità. “La gestione di una pluralità religiosa all’interno di un corso di religione sta per diventare uno dei principali punti di convergenza di tutti gli interrogativi e di tutti i dibattiti intorno alla missione educativa della scuola”. Ne é convinto Henri Derroite, dell’Università di Lovanio. Presentando il “caso” del Belgio francofono, l’esperto ha reso noto che le statistiche religiose, a proposito del suo Paese, mostrano che “il cambiamento delle appartenenze è un fenomeno costante”. Il “barometro” della sfera religiosa del 2008, in Belgio, forniva queste cifre: il 46,9% degli intervistati si dicono cristiani, il 16.6% atei, il 12% musulmani, lo 0.6% ebraici. Tra le persone che si sono dichiarate cristiane, il 91.6% è cattolico, il 5.2% protestante, l’1.3% ortodosso e lo 0.6% evangelico o pentecostale. Che cosa fare in una classe di religione cattolica per dare spazio alla pluralità religiosa? Tra i suggerimenti di Derroite, quello di una gestione “obbligatoria e sotto controllo” della pluralità: obbligatoria, nel senso che “gli insegnanti non potranno presentare solo le verità cristiane degli alunni, dovranno necessariamente fare ricorso ad apporti provenienti da altre tradizioni e filosofie”, sotto controllo perché “si fa ricorso a pareri divergenti, ma si presenta particolarmente la risposta cristiana”.