SACERDOTI
Limiti e debolezze non sminuiscono un dono e un mistero
Nei decenni passati era forte la discussione circa l’identità del sacerdote, o meglio, circa l’identità che egli percepiva di sé. Forse, nell’intento di rinunciare ad un’immagine eccessivamente sacrale e distaccata, egli cercava di condividere molte esperienze del mondo, con l’esito di non ritrovare più il proprio specifico. Inoltre, il mutare dei tempi ha segnato un cambiamento esterno nel considerare il sacerdote: il venire meno di una società religiosa e l’affermarsi del materialismo hanno avuto come esito che il suo ruolo sembra non essere più importante o, semplicemente, non lo si capisce più. In un contesto di diffusa secolarizzazione, che esclude progressivamente Dio dalla sfera pubblica e dalla coscienza sociale, il sacerdote appare estraneo al sentire comune. Ma c’è di peggio: l’opera di diffamazione messa in atto per delegittimare la vita e il ministero dei sacerdoti, quasi a voler cancellare la loro presenza e il loro contributo. Il sacerdote è, semmai, accettato quando la sua funzione è letta come quella di un operatore sociale, orizzontalmente impegnato. Ancora, una visione errata della Chiesa ha condotto a pensare che la valorizzazione dei laici comportasse un conferire loro compiti del presbitero o, persino, che egli non fosse sempre necessario. In questa prospettiva, taluni hanno visto nella diminuzione delle vocazioni il motivo per responsabilizzare i laici, dimenticando che è, invece, la loro condizione di battezzati a richiederne il giusto coinvolgimento.
Con queste visioni bisogna fare i conti. Se, oggi, i candidati al sacerdozio maturano fortemente nel precisare i contorni e i contenuti della propria identità, restano ancora nella comunità ecclesiale e nella società taluni travisamenti. Vi ha fatto riferimento Benedetto XVI, il 12 marzo nel ricevere gli oltre cinquecento tra vescovi e sacerdoti partecipanti al convegno internazionale “Fedeltà di Cristo. Fedeltà del sacerdote”, promosso dalla Congregazione per il clero. Egli ha definito il tema dell’identità sacerdotale determinante per l’esercizio del sacerdozio ministeriale nel presente e nel futuro. Già anni fa, il card. Joseph Ratzinger aveva detto che l’identità del sacerdote del duemila non avrebbe potuto essere diversa da quella voluta da Gesù Cristo. Da Papa ha ribadito che esiste una continuità sacerdotale, la quale parte da Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, e “passando attraverso i duemila anni della storia di grandezza e di santità, di cultura e di pietà, che il Sacerdozio ha scritto nel mondo, giunge fino ai nostri giorni”. La Chiesa nella sua storia di fede non ha una frattura tale da giustificare un “prima” che sia diverso o opposto, rispetto a un “dopo”. La Chiesa è “una” anche nel tempo.
Semmai, si tratta di individuare quali aspetti risultino particolarmente urgenti per l’oggi. E, nel tempo in cui viviamo, “c’è grande bisogno di sacerdoti che parlino di Dio al mondo e che presentino a Dio il mondo; uomini non soggetti a mode culturali passeggere, ma capaci di vivere autenticamente quella libertà che solo la certezza dell’appartenenza a Dio è in grado di donare”. Sacerdoti, così, possono offrire l’autentico carisma della profezia. La fedeltà a Cristo è sempre una novità: testimonia che il sacerdote non appartiene a sé stesso, ma è “proprietà” di Dio. Appartiene ad un “Altro”. Vive nel mondo del soprannaturale e ne respira continuamente l’aria. Per il fatto che è radicato in Cristo, il sacerdote è profeta e lo rivela concretamente “nel modo di pensare, di parlare, di giudicare i fatti del mondo, di servire e amare, di relazionarsi con le persone, anche nell’abito”. Umilmente controcorrente, nella fedeltà alla Chiesa, il sacerdote è libero dalla mentalità dominante. Talvolta, è anche un pungolo nella carne per coloro che vivono solo nell’orizzonte terreno. La scelta del celibato, ad esempio, oggi più che in passato, è limpida testimonianza dei beni eterni. Solo perché c’è una vita dopo la morte ha senso rinunciare a beni importanti, quali il matrimonio e la famiglia. Solo il desiderio di appartenere più strettamente a Cristo, può condurre a scegliere la sua stessa radicalità. E, nonostante, le voci che, al di fuori della Chiesa, vorrebbero abbassare gli impegni, Benedetto XVI ha riaffermato come, anche ai nostri giorni, il sacro celibato mantiene intatto il suo valore: “È un carisma richiesto per l’Ordine sacro ed è tenuto in grandissima considerazione nelle Chiese Orientali. Esso è autentica profezia del Regno, segno della consacrazione con cuore indiviso al Signore e alle cose del Signore (1Cor 7,32), espressione del dono di sé a Dio e agli altri”.
L’appartenenza del sacerdote a Cristo è inscritta profondamente nella sua persona come dono e come responsabilità, ma anche come fonte certa, a cui attingere le energie necessarie per iniziare ogni giorno. Nonostante limiti e debolezze.
Marco Doldi