CALABRIA
Una terra duramente provata interroga l’intero Paese
I fatti che nelle ultime settimane hanno riportato la Calabria al centro dell’attenzione meritano una riflessione che non può fermarsi alla Regione in cui si sono verificati. Le vicende di Rosarno e le spettacolari e tragiche immagini di Maierato, infatti, non sono esclusivo "patrimonio" calabrese ma raccontano una realtà che riguarda tutto il Paese, ed è perciò al Paese nel suo complesso che rivolgono interrogativi urgenti e pressanti. Se da un lato i bollettini dei disastri ambientali giungono purtroppo da ogni parte d’Italia, anche quanto è successo a Rosarno è frutto di una logica che è diffusa su tutto il territorio nazionale: una logica che, nella migliore delle ipotesi, considera l’immigrato alla stregua di un "animale da fatica", della cui sorte ci si disinteressa totalmente una volta fuori dallo spazio del lavoro.
Sarebbe cieco tuttavia negare il significato particolare che questi fatti assumono per il loro essersi verificati in Calabria. Sono fatti che, se sommati ad altri, come i vari e ricorrenti episodi di malasanità, o soprattutto la persistente pervasività della ‘ndrangheta, forniscono un quadro che appare desolante, quasi confermando l’impressione che la Calabria sia "perduta" e che siano sprecati i tentativi di recuperarla e di portarla ad essere una Regione "civile". Perciò, dall’analisi dei singoli fatti bisogna sforzarsi di risalire ad una considerazione più generale.
Certamente la Calabria soffre di mali antichi che essa, più di altre Regioni, si è trascinata dietro senza dare l’impressione di saperli e volerli affrontare. Questi mali sono in gran parte frutto di un circolo vizioso tra una classe politica generalmente clientelare e spesso corrotta e una società civile che si è adagiata nelle apparentemente comode (ma in realtà assai scomode) maglie dell’assistenza e dei favori personali. I fatti di Rosarno e di Maierato, per ragioni diverse ma convergenti, rappresentano una tragica rappresentazione del dissesto umano, prima che ambientale, che si è prodotto a causa di questo circolo vizioso che ha governato le menti negli ultimi decenni.
Quando si creano fenomeni socio-politici di questa natura è difficile capire da dove cominciare per invertire la tendenza. La dialettica tra società civile e società politica è sempre bi-direzionale, e ciò che l’una tramanda all’altra ritorna indietro potenziato e moltiplicato. Proprio guardando a questa dialettica, non ci si può nascondere che, più di altre Regioni, la Calabria ha soprattutto un problema di classe dirigente: essa soffre di un deficit di novità e di energia pura, che qualora esistesse si trasmetterebbe facilmente ad una società civile stanca, ma pronta ad accogliere e a potenziare una spinta sincera verso il rinnovamento.
Date le numerose resistenze che una realtà come quella attuale presenta, una nuova classe politica farà fatica ad emergere, o sarà sempre destinata alla sconfitta, se non sarà aiutata da quanti hanno potere sui meccanismi di reclutamento. I partiti romani, da questo punto di vista, hanno una grande responsabilità e mancheranno di dare un contributo storico se non si assumeranno il compito di promuovere quelle energie che sono presenti sul territorio calabrese e che stentano a trovare i canali per esprimersi e per contribuire al bene comune. Non si è visto, ad esempio, per la Calabria, il medesimo zelo rinnovatore che da altre parti ha prodotto buoni frutti. Se ciò non è avvenuto non è solo per responsabilità della società civile calabrese: i partiti hanno una naturale tendenza a perpetuare le logiche della propria sopravvivenza e cercano di evitare di scommettere su persone che vogliano cambiare metodi e scopi dell’azione politica. E tuttavia, di qui passa la scommessa della Calabria (e forse dell’Italia intera): continueremo a considerarla un "caso disperato" se le energie nuove non troveranno il modo e la forza di diventare classe dirigente, valorizzando quanto di meglio la società calabrese è ancora in grado di esprimere. Lo smarrimento dell’amore per l’Altro e per il proprio territorio, di cui ci parlano Rosarno e Maierato, può divenire la molla per ritrovare l’antica (e mai perduta) consapevolezza che l’utile e il bene del singolo stanno dentro (e non contro) il bene di tutti; ma questo avverrà solo se coloro che avranno il coraggio di pronunciare parole nuove avranno l’opportunità di farle divenire anche azione politica e di governo della comunità. Tommaso Greco dipartimento diritto privato Università di Pisa docente scuola socio-politica diocesi di Rossano-Cariati