ROSARNO

Non è un deserto

Una nota dei vescovi di Calabria

I vescovi calabresi, riuniti a Reggio Calabria (8-9 febbraio) per la sessione invernale della Conferenza episcopale calabra, sotto la presidenza di mons. Vittorio Mondello, hanno sentito “il dovere di riflettere congiuntamente sui fatti di Rosarno”, per offrire ai fedeli delle “nostre Chiese e a tutte le persone di buona volontà, capaci di senso critico, una lettura dei fatti. A sufficiente distanza di tempo da quanto è accaduto, crediamo si possa avere maggiore capacità per una lettura oggettiva degli avvenimenti”. A Rosarno, un comune della Piana di Gioia Tauro, circa un mese fa alcune centinaia di lavoratori extracomunitari, impegnati in agricoltura e accampati in condizioni inumane in alcune strutture abbandonate, protestando per il ferimento di due di loro, hanno dato vita a una guerriglia urbana. Questo ha causato anche una reazione della cittadinanza locale ed ha portato quindi all’allontanamento di questi immigrati dalla Calabria.

No alle strumentalizzazioni dei media. A Rosarno “non abbiamo assistito a fenomeni di razzismo da parte dei cittadini. Ciò va gridato contro tutte le strumentalizzazioni dei media, e di quanti stanno dietro di loro, sempre pronti a fare dei fatti che succedono in Calabria un’occasione per gettare fango su di noi calabresi e sulla nostra Regione”, scrivono i vescovi della Calabria in una nota diffusa il 9 febbraio, chiedendo perché la Regione debba essere “additata” come un “deserto di inumanità”. La Calabria “non lo merita: i calabresi, almeno quelli degni della loro storia di civiltà e di cristianità, e sono la maggioranza, hanno sempre manifestato accoglienza, solidarietà, fraternità con tutti. Sul nostro territorio hanno sempre vissuto in fraternità gente di cultura diversa; basti ricordare la presenza sul territorio di una comunità italo-albanese, costituita ecclesiasticamente in una diocesi con tradizioni e riti bizantini”. Quel che è successo a Rosarno è stata “la logica conseguenza di un disinteresse economico e sociale, grave e imperdonabile”. Le condizioni di vita degli immigrati – scrivono i vescovi – erano “note a tutti, anche alle autorità governative, che avevano fatto pure sopralluoghi, senza poi intervenire. Lo sfruttamento ad opera della malavita locale era anch’esso risaputo. Chi non sapeva che gli immigrati lavoravano sottocosto e che da quella misera paga doveva essere tolta la parte da pagare al ‘caporale’ di turno che decideva chi e dove andare a lavorare?”.

Fare luce sull’intera vicenda. “L’irreparabile, facilmente pronosticabile, è accaduto – proseguono i vescovi calabri – tuttavia non per razzismo da parte dei rosarnesi, ma perché qualcuno degli immigrati ha deciso di ribellarsi a questa forma moderna di schiavitù che la malavita locale ha voluto imporre. Quel che poi è seguito è stato solo la deprecabile reazione, dall’una e dall’altra parte, che nulla aveva a che vedere con il razzismo”. Per i vescovi “è bene, forse, inserire il problema nel contesto più vasto della situazione in cui è venuto a trovarsi il mercato degli agrumi, oggetto ormai di poca attenzione da parte delle forze politiche. È a tutti noto come su questo mercato la malavita organizzata da sempre ha allungato le sue mani voraci. A qualunque osservatore attento viene il dubbio che nella situazione di crisi in cui versa questo mercato, chi da sempre ne ha tenuto in mano le fila abbia mollato tutto decidendo di buttare fuori anche gli immigrati, non più necessari. Ci auguriamo che si sappia far luce su chi è stato dietro a tutta la vicenda”. I vescovi esprimono “solidarietà” a tutti i rosarnesi “animati da amore cristiano e concretamente solidali con gli immigrati. Non possiamo tacere che nella zona di Rosarno ci sono circa 1.500 di loro con regolare permesso di soggiorno e che sono parte attiva ormai della vita delle comunità ove risiedono”.

Debellare la piaga dello sfruttamento sul lavoro. “Vogliamo a loro chiedere scusa per quanto hanno subito a causa dello sfruttamento e della violenza, del modo troppo sbrigativo, forse, con il quale sono stati allontanati da Rosarno, lasciando tutte le loro piccole ‘sicurezze’, anche il denaro da percepire e poi, dopo i debiti controlli, abbandonati a loro stessi”.I vescovi calabresi invitano “a non farsi giustizia da sé, ma ad aver fiducia nello Stato e in quanti per venire loro incontro cercano di coniugare legalità e solidarietà”. E a chi governa un invito “pressante” perché “prevenga i mali con una politica attenta e con interventi programmati di lungo respiro, piuttosto che intervenire poi per ripararli. L’accoglienza non può essere limitata alla semplice assistenza. Aggiungiamo – scrivono – ancora l’appello ad arrivare al cuore della delinquenza organizzata, quella palese, ma soprattutto quella occulta, per debellare la piaga dello sfruttamento del lavoro nero e di ogni altra forma di illegalità”. A tutti coloro che cercano i loro profitti al di fuori della legalità “calpestando i valori cristiani nei quali ostentano di credere praticando riti e tradizioni religiose”, i vescovi rivolgono l’invito “a ritornare sui loro passi e a convertirsi al Signore: questa sarebbe vera fede” ed esortano i fedeli “a continuare sulla strada della testimonianza della carità cristiana”. Nella nota i vescovi ringraziano Benedetto XVI per le parole pronunciate ed esprimono “fraterna solidarietà” a mons. Luciano Bux, vescovo di Oppido-Palmi, e a tutta la comunità cristiana di quella diocesi per come hanno “testimoniato il Vangelo dell’accoglienza nei confronti dei fratelli immigrati non solo durante i giorni drammatici della contestazione, ma sin da quando il fenomeno dell’immigrazione ha cominciato ad interessare la nostra Regione”.