LE RADICI DELLA FEDE

Un pezzo di eternità

Dal 15 al 20 febbraio, l’ostensione del corpo di sant’Antonio

Dal 15 al 20 febbraio, speciale ostensione del corpo di sant’Antonio all’interno della basilica del Santo a Padova. Questa sì che è una notizia! Anche se, nel coro entusiastico dei più, c’è chi la reputa una notizia fuori luogo. In un mondo flagellato da terremoti, nel bel mezzo di una crisi economica, che senso ha un evento così insolito come l’esposizione ai fedeli di ossa vecchie di ottocento anni?
Un buon motivo per richiamare due nozioni di storia e fare chiarezza.
Il cristianesimo affonda le radici nel sangue dei martiri. Sulle loro tombe si celebrava l’Eucaristia e intorno ai resti mortali di questi fratelli "testimoni della fede" si radunava la comunità cristiana. Terminate le persecuzioni, a partire dal IV secolo il culto liturgico reso ai martiri si rivolge anche ai santi, uomini e donne di singolari virtù, intrisi di Vangelo e operatori di carità. Il santo, secondo l’espressione di Paolino di Nola (355-431), è un "martire che non stilla sangue", nel senso che dona la sua vita per la causa di Cristo in modo totale ma incruento.
Anche il rapporto particolare con l’aldilà qualifica il santo cristiano: generalmente la sua festa liturgica è collocata proprio nel giorno della morte ("dies natalis": giorno della nascita alla nuova vita), e il suo corpo è vissuto da chi resta come un ponte tra terra e cielo. Diversamente dal mondo greco-romano che aborriva la morte e collocava i defunti nelle "necropoli" (letteralmente: città dei morti), i corpi dei cristiani sono deposti nei cimiteri (letteralmente: dormitori) in vista della risurrezione, e quelli dei santi in luoghi pubblici e accessibili come chiese e basiliche, che divengono ben presto mete di pellegrinaggio. Nell’antichità la morte è spartiacque tra due mondi non comunicanti, per i cristiani la "comunione dei santi" amplia la comunità credente fino al cielo. Tendono alla santità coloro che sulla terra sono incamminati al cielo, la godono in Dio le schiere dei santi. Senza questo presupposto non si può capire perché i santi e, quindi, i loro resti ("reliquia" significa "ciò che resta": il corpo o parte di esso) sono, ieri come oggi, percepiti come segno e testimonianza di una vita vissuta in amicizia con Dio e a servizio degli uomini. Le reliquie rendono il santo vivo e operante agli occhi degli uomini. Esse, infatti, non hanno valore nella loro materialità, ma in quanto richiamano un corpo che è traccia di una vita pienamente cristiana e, quindi, realizzata.
Da qui si comprende perché la gente si avvicini con fiducia ai santi e alle loro reliquie. Attraverso di esse un pezzo di eternità entra nella storia e diventa accessibile. E sono poco convincenti quelle razionalizzazioni che immaginano una fede pura, senza segni, tutta idee precise e valori buonisti. La nostra fede si fonda sull’incarnazione, realtà di spessore, concreta, che non diserta mai la storia. Chi si reca ai santuari ha forse una fede semplice – ricordiamo che cristianamente la semplicità è un valore – ma sana, tenace, autentica, creativa. La religiosità dei poveri (e la povertà non è solo quella di beni materiali) non è certamente una religiosità povera, anzi: lascia spazio all’azione, al gesto, al cuore, chiede di vedere e di toccare, di sperimentare attraverso un "sentire immediato". Questa religiosità (che qualcuno chiama fede) popolare, contiene la grammatica stessa dell’esperienza religiosa cristiana che "sente", "prega", "vive", "partecipa". Perciò, nella sostanza, le sue forme non sono cambiate di molto attraverso i secoli. La domanda non è perché la gente va in pellegrinaggio, si reca ai santuari, prega i santi e venera le reliquie. E nemmeno che senso ha, nel terzo millennio, l’ostensione del corpo di un santo. Si tratta di eventi che rivitalizzano le radici della fede, che ricompattano e irrorano l’identità credente, che coniugano di nuovo tradizione e modernità. "La gente del popolo – scrive il teologo don Paolo Giannoni – attinge alla rivelazione con la tazza della sua vita: una povertà che invoca, una fiducia che si affida, un’ammirazione che loda, un senso vivo della mediazione dei santi che sa che ogni santo – e in modo particolare sant’Antonio – con la sua vita è un vero e grande commento di Gesù-Vangelo". Oggi purtroppo è la sete che manca, ma questo non è un buon motivo per dubitare della tazza con la quale il popolo cristiano si disseta.

Ugo Sartorio
direttore editoriale e responsabile
"Messaggero di sant’Antonio"