TERREMOTO HAITI
Intervista con il nunzio apostolico, mons. Bernardito Auza
"Getting better everyday", "andrà meglio di giorno in giorno". Con questo motto sorridente per riportare il buonumore tra tanto dolore e devastazione, mons. Bernardito Auza, nunzio apostolico ad Haiti, tiene le fila dei soccorsi cattolici come rappresentante della Santa Sede a Port-au-Prince e vive in prima persona una sfida impegnativa e difficile, non priva di speranza. Il SIR lo ha intervistato.
Innanzitutto come sta? Come sta vivendo questo periodo di dura prova per la Chiesa cattolica e per tutta la popolazione di Haiti?
"Sto bene e sereno, anche se stanco. Sarebbe troppo dire ‘allegro’, ma occorre mantenere una buona misura di buon umore. Vivo questo periodo con la coscienza del mio dovere di portare il conforto e la vicinanza spirituale del Santo Padre ai terremotati, in particolare ai sacerdoti, alle comunità religiose ed ai seminaristi duramente colpiti dal terremoto. Tra incontri ed il dovere di dare ospitalità a numerose delegazioni dall’estero, non cesso di far visite alle nostre comunità ed ai numerosissimi feriti negli ospedali. Cerco sempre di accogliere nella nunziatura vescovi, sacerdoti ed agenzie cattoliche di aiuto per gli incontri di coordinamento e per discutere le questioni più urgenti. L’ultimo è stato il 27 gennaio: abbiamo ospitato l’importante incontro per pianificare le strategie a medio e lungo termine per l’aiuto che la Chiesa presterà alle vittime, con circa 40 persone tra vescovi, rappresentanti di Caritas nazionali da varie parti del mondo e del Catholic Relief Services. Era presieduto dal presidente della Conferenza episcopale di Haiti, mons. Louis Kébreau. Credo sia stato un incontro molto fruttuoso. Negli incontri di coordinamento a volte emergono tensioni qua e là, ma il dialogo è sempre franco e aperto. Direi che ogni giorno si lavora meglio. Come dico a tutti, anche in modo scherzoso, il nostro motto deve essere ‘getting better everyday’".
La Chiesa cattolica ha pagato un grosso prezzo in termini di vite umane, chiese, scuole e ospedali distrutti…
"È vero, la Chiesa cattolica, insieme con lo Stato, è stata duramente colpita, soprattutto con la perdita dell’amato arcivescovo di Port-au-Prince, mons. Joseph Serge Miot. Per fortuna, man mano che abbiamo informazioni più precise, il numero dei morti tra sacerdoti, religiosi/se e seminaristi si rivede al ribasso. Ad esempio, proprio oggi il rettore del Seminario teologico mi ha detto che alcuni dei seminaristi che pensavamo fossero sotto le macerie si sono fatti vivi in questi ultimi giorni! Erano talmente scossi che se ne erano andati senza informare nessuno. Ma il numero dei seminaristi maggiori diocesani resta alto (16 morti fino adesso e alcuni feriti, con gambe o braccia rotte). Materialmente, la Chiesa ha perso i suoi gioielli architettonici, parte rilevante del patrimonio culturale nazionale: la cattedrale, la chiesa del Sacro Cuore, il santuario della Madonna del Perpetuo Soccorso, la chiesa dell’Assunta, la chiesa di Santa Rosa di Lima… L’ospedale San Francesco di Sales che appartiene all’arcidiocesi è stato distrutto al 90%, con un centinaio di persone ancora sotto le macerie. Eppure l’ospedale continua a funzionare, con sale operatorie improvvisate. Abbiamo chiamato medici dell’American College of Surgeons e sono venuti qui per lavorare con un impegno a lungo termine. Ho potuto ottenere una nuova ambulanza per l’ospedale e benefattori per le tanto necessarie medicine. Catholic Relief Services fornisce un grande aiuto, tra cui il cibo e l’acqua per i pazienti e per il personale, ed équipe mediche dall’Università di Maryland".
La Caritas, nelle sue diverse componenti, sta facendo un grosso lavoro ad Haiti. Come le sembra procedano i soccorsi cattolici?
"Catholic Relief Services" (Crs) e Caritas Haiti costituiscono un punto di riferimento forte ed innegabile per la distribuzione degli aiuti. Crs ha una grande presenza in Haiti, con uno staff di più di 300 membri che erano già qui prima del terremoto, ai quali se ne sono aggiunti molti altri provenienti dagli Usa (da Baltimore, sede del Crs) e da altre parti del mondo. Caritas Haiti è stata rafforzata da Caritas Internationalis e da diverse Caritas nazionali europee. Nei prossimi giorni, Crs e Caritas dovrebbero raggiungere circa 200.000 persone nella distribuzione degli aiuti. L’ambizione è di arrivare a 500.000 terremotati, non solo a Port-au-Prince e non solo oggi, ma nei mesi a venire. Il ruolo della nostra vasta ed articolata infrastruttura ecclesiale, in primo luogo le parrocchie, è molto importante. Dobbiamo utilizzare la nostra autorità morale per calmare le folle durante le distribuzioni, perché non abbiamo sempre a disposizione le scorte militari".
Negli ultimi giorni sono emerse critiche al coordinamento, all’organizzazione generale degli aiuti o al protagonismo dei soccorritori. Concorda?
"La mia risposta dovrebbe essere tanto complessa quanto la problematica, ma dovrei essere breve. Penso che le ‘debolezze’ siano da entrambe le parti. Da parte haitiana, occorre ricordare che Haiti è un Paese molto povero e già prima del terremoto le infrastrutture erano molto scarse e deboli. Quelle che esistevano sono state poi distrutte dal terremoto, in particolare la torre di controllo dell’aeroporto, il porto, tutte le sedi dei 18 ministeri, il Parlamento, il palazzo presidenziale, ecc. In uno Stato tale, la distribuzione degli aiuti da parte della comunità internazionale ha incontrato e tuttora incontra tante sfide. Da parte di soccorritori e volontari, vi sono quelli che vengono ad aiutare solo per alcuni giorni, per cui, invece di essere di grande aiuto, contribuiscono ad un incubo logistico. Una parte rilevante viene senza un appoggio locale e senza un partner sul terreno. Vengono con aiuti ma non sanno come distribuirli. Vi sono anche organizzazioni che portano aiuti di cui le vittime non hanno bisogno in questa fase dell’emergenza, come vestiti usati. Alcuni, sì, vogliono essere protagonisti e amano prendere il comando in questo o quel settore, ma credo che siano una piccolissima minoranza. Nonostante tutte le critiche alcune fondate, altre rivelatrici di un’ignoranza sulla realtà haitiana e sulle sfide che incontra la distribuzione su larghissima scala di aiuti umanitari occorre riconoscere l’immenso lavoro che la comunità internazionale ha fatto e tuttora fa".
Quali suggerimenti dare?
"Innanzitutto inviare soldi anziché aiuti materiali, perché è la forma d’aiuto più flessibile e facile da inviare. Possiamo impiegarli a seconda delle necessità della gente. Oggi stesso un volontario mi ha fatto questa osservazione: ‘Non riesco a capire come un volo charter sia arrivato solo pieno d’acqua’. L’acqua, evidentemente, è una componente fondamentale dei primi aiuti da fornire. Ma è il modo migliore per aiutare, nel momento in cui i costi del trasporto diventano molto più elevati del valore dell’aiuto stesso?"
Grande è stata e continua ad essere la solidarietà da tutto il mondo, quali secondo lei devono essere, d’ora in poi, le priorità?
"Come Chiesa cattolica proprio oggi abbiamo definito i principi e le strategie a medio e lungo termine. Come strategia a medio termine, dopo 4/6 settimane di aiuto materiale massiccio, occorrerebbe lanciare il classico ‘food for work’, ossia far lavorare le persone affinché possano provvedere con dignità alle loro necessità. I lavori da fare non mancano. Certo la distribuzione degli aiuti materiali continuerà, ma speriamo su scala minore. Si aggiungerà, poi, la distribuzione di piccole somme a chi non può lavorare. Vorremmo però evitare la distribuzione massiccia e protratta di aiuti materiali, perché non promuove la dignità delle persone che possono comunque lavorare e non favorisce l’economia e la produzione locale. Come strategia a lungo termine, occorre promuovere progetti che possano contribuire allo sviluppo, all’espansione dell’economia. Ad esempio, aiutare gli agricoltori ad aumentare la loro produzione. Già prima del terremoto Haiti importava circa l’80% dei suoi fabbisogni alimentari. Credo che le strategie che la comunità internazionale adotterà non saranno molto differenti dalle nostre. Come Chiesa, occorre ormai pensare alla ricostruzione degli edifici e delle istituzioni che abbiamo perso. Su questo tema ho già ricevuto numerosi suggerimenti e buone idee da tante parti".
Teme che, come spesso accade, una volta spenti i riflettori dei media sull’emergenza, anche le popolazioni di Haiti saranno dimenticate?
"Il timore che il mondo dimentichi di nuovo Haiti una volta spenti i riflettori è certamente ragionevole e realistico. Ma spero che questa volta l’assistenza internazionale sarà davvero a lungo termine. Si parla molto di un ‘Piano Marshall’ per Haiti. La distruzione della capitale e dintorni è talmente vasta che una strategia di ricostruzione simile al ‘Piano Marshall’ sarebbe l’unico modo per far uscire Haiti dal suo sottosviluppo, soprattutto per evitare che il Paese diventi ancora più povero di prima".
Quale appello vuole rivolgere alla Chiesa italiana e a tutto il mondo?
"Vi preghiamo di aiutarci a ricostruire la cattedrale di Port-au-Prince, le nostre chiese e case parrocchiali, i nostri due seminari maggiori, le nostre numerose scuole e case di formazione che il terremoto ha completamente raso al suolo o messo fuori uso".