PROLUSIONE CARD. BAGNASCO
L’educazione e la “cura tra le generazioni”
"Se si pretende di prescindere da Dio quasi a volerlo confinare nel perimetro del privato individuale, si comprende come venga meno il fondamento ultimo dei contenuti sui quali l’educazione poggia". È uno dei passaggi della prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei dedicati all’"emergenza educativa", tema degli Orientamenti pastorali del prossimo decennio, la cui bozza verrà approvata dai vescovi in questi giorni. Il SIR ne ha parlato con Eugenia Scabini, preside della Facoltà di psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Il card. Bagnasco ha collocato l’emergenza educativa all’interno della questione di "una cittadinanza consapevole e matura". Un orizzonte troppo ampio?
"L’emergenza educativa è un problema che non si può confinare solo nel rapporto tra il singolo educatore e il singolo educando, oppure nel privato delle relazioni familiari: è una questione talmente decisiva per il futuro della società, che l’espressione ‘cittadinanza consapevole e matura’ è adeguata a descriverne la portata. Bisogna far capire che l’emergenza educativa non è né un problema privato, né una questione meno importante del problema economico. L’educazione è una questione in cui sono interpellate non solo alcune categorie di persone, ma tutti, ciascuno secondo la sua specifica responsabilità: o diventa un problema prioritario per la società, tanto che se quest’ultima non l’affronta ne va del suo futuro, oppure non resta che il gioco dello scaricabarile, per cui la colpa di volta in volta è degli insegnanti o delle famiglie. Le famiglie, poi, che sicuramente hanno delle difficoltà, sono sempre sul banco degli imputati, come se il problema cominciasse e finisse lì e tutti gli altri non dovessero far altro che tirarsi fuori".
Tra le cause, quella che desta la maggiore preoccupazione della Cei non è tanto la "diserzione" delle "figure classiche" degli educatori o degli "ambienti di riferimento educativo", quanto il fatto che sia venuta meno la "cura tra le generazioni"…
"La difficoltà della trasmissione dell’educazione da una generazione e l’altra è un problema tipico del nostro tempo, in cui gli stili di vita, le consuetudini, mutano con una rapidità vertiginosa. Tutto ciò rende meno facile trovare elementi di continuità tra presente e passato, tra una generazione e l’altra: in tutte le società c’è sempre stato il problema del passaggio generazionale, in quella attuale è più sentito. Quarant’anni fa era certamente meno marcata la differenza tra genitori e figli, negli stili di vita… Eppure, è proprio la ‘cura tra le generazioni’ la modalità più adeguata, oggi come sempre, di affrontare la questione educativa".
L’allentarsi del rapporto tra le generazioni è per la Chiesa una caratteristica non solo italiana ma europea. Come evitare il rischio che s’interrompa del tutto il contatto tra padri e figli?
"Innanzitutto tenendo presente che esistono le ‘generazioni familiari’, ma anche le ‘generazioni sociali’, in contatto continuo le une con le altre. Esiste, in altre parole, il rapporto tra genitori e figli all’interno della famiglia, ma anche il rapporto tra i più maturi e i più giovani all’interno della società: sono le stesse generazioni che si confrontano, mentre oggi assistiamo spesso ad una scissione tra i comportamenti in famiglia e quelli nella società. Ci sono genitori, ad esempio, molto protettivi in famiglia verso i figli, ma che fanno fatica quando devono considerare i giovani nella società almeno un po’ come figli. O, viceversa, genitori che in famiglia hanno difficoltà di vedere i loro figli anche un po’ come giovani… In altre parole, c’è bisogno che gli adulti siano in grado di trasferire la loro capacità generativa dalla famiglia nella società. Ad esempio, facendo loro spazio nel mondo del lavoro, o mettendoli al centro delle politiche sociali".
In campo educativo, il relativismo dominante genera appiattimento e livellamento verso il basso. In tale contesto è ancora possibile, e come, educare?
"Non si riesce più a trasmettere l’educazione da una generazione all’altra perché gli adulti sono in preda ad una crisi d’identità: non si è più sicuri di ciò che ha valore, di ciò per cui vale la pena di vivere. È ora che ci rimettiamo a rispondere in prima persona alla domanda: per che cosa vale veramente la pena di vivere? Non si può pensare che rispondano i giovani, se gli adulti sono i primi a non saper dare una risposta. Non si tratta di una domanda astratta, perché in base alla risposta si dovranno fare scelte concrete per il futuro. Il sentimento oggi dominante è quello della rassegnazione: l’importante è invece almeno mantenere viva la domanda e cercare con impegno la risposta, che c’è e che può essere trovata insieme, una generazione accanto all’altra, per poi essere approfondita e magari rielaborata. Esiste poi un terzo interlocutore di cui genitori ed educatori devono tener conto, e cioè la presenza dei nuovi media, che si infilano con prepotenza come interlocutori per i giovani. Bisogna imparare a fare i conti come ha esortato anche il Papa con i nuovi media, mezzi virtuali potenti, importanti e ambigui, ma anche molto reali, perché ormai scandiscono le giornate dei nostri ragazzi. Trasformare i nuovi media in opportunità, controllandone i rischi, deve diventare un impegno pubblico".