ROSARNO
Una pagina amara
Rosarno non ci sta. Passare per razzista agli occhi del mondo non è bello, soprattutto quando non è vero. I cittadini sono scesi in piazza come non era mai successo finora. Cinquemila su quindicimila abitanti! Una cifra davvero clamorosa. Un unico striscione “Vent’anni di convivenza non sono razzismo”. E poi tanto silenzio. Un silenzio carico di tristezza, ma non muto. Ha mostrato, quella sera, Rosarno il volto della sua gente vera.
I fatti, comunque, ci sono stati.
I cittadini africani sono stati colpiti; alcuni feriti. Saranno stati probabilmente alcuni bulli del paese a farlo, come i parroci del luogo ci hanno ribadito. Ma i fatti ci sono. E la violenta reazione degli africani anche. E la loro fuga verso luoghi diversi pure.
Una pagina fin troppo amara, insomma, che non si cancella.
Non la cancella quella pagina né l’impegno semplicemente straordinario con cui da più di vent’anni le Caritas parrocchiali di Rosarno aiutano gli immigrati; né la singolare vicenda di Norina Ventre, la cosiddetta Mamma Africa, di cui tutti ormai sappiamo; né le piccole storie delle tante famiglie che quotidianamente cucinavano a casa propria per sé e per qualcuno degli immigrati; né il gruppo di volontari che alle quattro del mattino si recava nelle baraccopoli per portare a quei fratelli immigrati un tè caldo e una colazione.
Perché quella pagina è lì, impressa ormai sullo sguardo dell’intero Paese, coi fotogrammi degli scontri tra neri e bianchi, le grida, gli insulti, le botte, gli sputi. È una ferita quella pagina, che solo il tempo o stagioni completamente diverse potranno rimarginare.
Ma l’aspetto più brutale di quella pagina, che ha trafitto la coscienza del Paese, é l’atroce doveroso servizio che essa ha reso: lo svelarsi di uno scenario a quei livelli di sicuro impensato.
Lo sfruttamento delinquenziale, cioè, di quegli africani, costretti a lavorare da schiavi. Le condizioni di vita disumane di esseri umani. Un inferno, di cui ci chiediamo se fosse davvero nascosto o non fosse in qualche misura palese.
Possibile che come accade, comunque, in altre parti e storie del Paese nessuno sapesse, quando invece, almeno da quelle parti, più o meno tutti sapevano?
Ma perché, ci chiediamo con dolore, sapevano e sopportavano? Sapevano e pensavano che non ci fosse nulla da fare (tranne i volontari che vi si recavano per aiutare…)? Perché nessuno lo ha gridato? Perché, prima del misfatto, nessun fotografo, nessuna telecamera si è avvicinata, nessun giornalista è andato a indagare, nessuna ruspa è stata messa in moto per abbattere l’indecenza di quegli assurdi tuguri? Perché nessuno ha denunciato niente a nessuno? Né cittadini, né amministratori, né politici, né avvocati, né poliziotti, né carabinieri, né magistrati, né volontari, né preti… né Chiesa, né Stato?
Non sono soprattutto i pallini di gomma, o gli spari, né le botte, le urla, gli sputi o le grida; e nemmeno soltanto gli insulti e le fughe… È quel silenzio, ahimè, che più di tutto ha inquietato.
Filippo Curatola
direttore "L’Avvenire di Calabria" (Reggio Calabria-Bova e Locri-Gerace)