Iraq

Un segno di luce

Intervista al nuovo arcivescovo di Mosul

Si è svolta nella mattina dell’8 gennaio, nel monastero di Dair al Sayida, ad Alqosh, la cerimonia di ordinazione del nuovo arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Shimoun Nona. La consacrazione è avvenuta per le mani del patriarca caldeo, il card. Emmanuel III Delly, alla presenza di numerosi fedeli, dell’episcopato del Paese e del nunzio apostolico in Iraq e Giordania, mons. Francis Assisi Chullikat. Per garantire il tranquillo svolgimento della cerimonia la polizia ha messo in atto severe misure di sicurezza. Il SIR ha rivolto alcune domande al nuovo arcivescovo, che prende il posto di mons. Paulos Faraj Rahho, che tra febbraio e marzo del 2008 fu rapito e ritrovato morto, dopo due settimane. A giugno dell’anno prima era stato ucciso, sempre a Mosul, padre Ragheed Ghanni insieme a tre suoi suddiaconi.

Eccellenza, alla luce delle violenze anticristiane che da tempo ormai si stanno susseguendo a Mosul, che significato riveste questa sua nomina per i cattolici e i cristiani locali?
"I fedeli della diocesi, come ho potuto vedere in questi giorni, sono felici di questa ordinazione, che dona loro un nuovo pastore. La presenza di una guida infonde sicurezza, gioia, ed è un segno importante, di luce, che giunge in questo tempo di fatti violenti e drammatici".

Quella che l’attende non sarà certo una missione facile…
"Prima di tutto devo dire che provo una grande gioia perché il Signore mi ha scelto per servire i cristiani di Mosul. D’altra parte, nutro anche la consapevolezza che la missione che mi attende è difficile. La diocesi di Mosul sta vivendo, ormai da tempo, momenti drammatici. È vero, abbiamo davanti un duro lavoro, anche perché i sacerdoti sono pochi. Ma la speranza non ci manca e non deve abbandonarci".

Quali sono le sue priorità pastorali?
"La violenza ha distrutto molte strutture dell’arcidiocesi, le chiese e la cattedrale sono danneggiate. La curia è distrutta, abbiamo solo una piccola casa dove risiedo. Ci sono quartieri della città, una volta pieni di famiglie cristiane, oggi vuoti. Le vicende che hanno subito sono spaventose. Il centro città, dove è la cattedrale non è sicuro. Vedremo cosa fare per servire al meglio questa Chiesa. Cercheremo di ricostruire il tutto, materialmente e spiritualmente. Come dissi già il 26 novembre dopo gli attacchi alla chiesa di sant’Efrem, hanno distrutto le mura, le pietre della chiesa, adesso dobbiamo riedificare quella delle persone che hanno timore e stanno perdendo la fiducia e la speranza. Abbiamo bisogno di preghiere, aiuto e sostegno morale e materiale".

Molti dei suoi fedeli sono riparati in diocesi vicine, più sicure. Cosa ha in mente per loro?
"Ci sono tanti cristiani che hanno lasciato Mosul per le violenze ed ora vivono in villaggi di diocesi limitrofe, più tranquille. Andrò a trovarli per verificare le loro condizioni e vedere la possibilità di un loro rientro".

Quanto è importante il dialogo con i musulmani in questa opera di ricostruzione?
"È fondamentale continuare il dialogo con i nostri fratelli musulmani e mantenere le buone relazioni che pure esistono tra le persone. Approfondire questa relazione riscoprendo quei principi che sono comuni tra noi e loro. Trovare punti di contatto per alimentare l’amicizia, l’umanità, la conoscenza. Solo così si potrà disinnescare la violenza settaria e integralista".

Che aiuto le potrà venire, da un punto di vista pastorale, dal prossimo Sinodo sul Medio Oriente?
"Il Sinodo porterà una speranza nuova per tutti i cristiani che sono gli abitanti originari di questa regione. La sfida è rafforzare la loro fede per riscoprire la loro vocazione che non è quella di emigrare ma di restare per essere lievito di pace, riconciliazione e speranza per tutti".