SCUOLA
Maestri cattolici (Aimc): l’identikit del “professionista”
"Un professionista cristiano dell’educazione nella scuola non può essere solo un tecnico, ma il portatore di una visione dell’uomo che sa riconoscere il giusto posto alle competenze tecniche nel quadro di un personalismo aperto alla trascendenza". Lo ha detto mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, nella messa celebrata il 3 gennaio, durante il XIX congresso nazionale dell’Associazione italiana maestri cattolici (Aimc), svoltosi in questi giorni a Roma sul tema: "Per educare a vivere. L’Aimc scommette sul professionista di scuola", in sintonia con gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il prossimo decennio, incentrati sull’"emergenza educativa". Educare "come accompagnamento del processo di cura di alcuni tratti connotanti la persona, ma da coltivare in tutto l’arco della vita", vivere "come pienezza di realizzazione di ogni persona nella sua originalità ed unicità": sono le due parole-chiave che hanno fatto da sfondo ai lavori. Ma qual è il "profilo" del professionista che è stato messo a fuoco nelle cinque sezioni del congresso? Il SIR lo ha chiesto a Pasquale Moliterni, docente di pedagogia all’Università "Foro Italico" di Roma, e a Mariangela Prioreschi, presidente dell’Aimc. L’Aimc, nata nel 1945, è presente in tutte le Regioni italiane e in 100 province, con 256 sezioni.
Chi è il "professionista" della scuola e perché scommettere su di lui?
"Il professionista della scuola è anzitutto una persona competente, che però oggi deve recuperare un protagonismo che non sia presunzione, ma assunzione di responsabilità. Interrogarsi su ciò che è, e non su ciò che fa, il professionista della scuola significa ripartire dalla persona del professionista per aiutarlo ad uscire dall’affanno e dallo sbandamento, e per farne così il punto di leva per ‘salvare’ la scuola. Il professionista della scuola è chiamato ad essere una persona sempre più consapevole della propria identità professionale, del senso di appartenenza che caratterizza l’operare quotidiano, della sua capacità di vivere un ruolo sociale, culturale e laicale significativo per la comunità scolastica e la realtà pubblica".
Si possono, e come, costruire "relazioni cooperative" nel contesto scolastico?
"All’interno di una scuola pubblica, cioè orientata al bene di tutti, nessuno escluso, il dovere del professionista è innanzitutto quello di costruire relazioni positive. Il professionista della scuola ha bisogno di un tessuto comunitario per esercitare la sua professione: non può agire in maniera isolata, o frammentare un percorso di apprendimento, deve al contrario porsi in relazione con i colleghi, con le famiglie, con l’orizzonte più ampio in cui la comunità scolastica è inserita. Al cuore di tutto, naturalmente, sta la relazione educativa con i ragazzi, senza la quale nessuna azione pedagogica può instaurarsi. Per un professionista credente, il valore aggiunto è inoltre la motivazione che lo spinge ad esercitare il proprio ruolo: chi crede non può mai svalutare l’altro, pena l’entrare in contraddizione con se stesso. Il dialogo, allora, diventa accoglienza fraterna dell’altro, il bene comune si fa impegno etico".
Nella scuola si parla molto di "successo formativo". Un concetto che rischia però di rimanere ambiguo, se non viene ben definito nei suoi contorni…
"Riscoprire l’eticità, per un professionista della scuola, vuol dire assumersi tutte le responsabilità che quest’ultima ha nel predisporre le migliori condizioni non solo didattiche, ma anche psicologiche, relazionali, etiche per cui gli alunni, ciascuno con le sue possibilità, possano esprimere ed esplorare se stessi, attraverso relazioni pedagogiche e didattiche. Le sorti della scuola insomma, dipendono in gran parte dalla capacità degli insegnanti di corrispondere ai bisogni degli alunni, che devono poter leggere se stessi in termini di migliorabilità, senza mai arrestare l’apprendimento. Tutto ciò, tenendo presente che la vera personalizzazione del sapere sta nella modalità in cui la persona si esprime grazie alla relazione con gli altri: non si può mai fare a meno della socializzazione, all’interno delle mura scolastiche".
Come declinare correttamente il binomio innovazione-tradizione?
"Non c’è antitesi tra innovazione e tradizione: a patto, però, che la prima non venga intesa come cambiamento continuo calato dall’alto, ma come processo che parte ‘dal basso’, cioè dal concreto vissuto di chi si spende per la scuola. Innovare significa mettere in atto processi graduali che necessariamente hanno un piede nel passato, ma che sanno far tesoro della memoria per andare oltre un presente insignificante. Guardare all’oggi e buttare via lo ieri, in preda alla paura del futuro, vuol dire invece far arretrare gli insegnanti in una sorta di ‘nicchia di rassicurazione’, che elimina le radici e non si fa carico di pensare al domani. Nella scuola, ogni cambiamento richiede approvazione, e quindi consultazione, condivisione, dialogo: tutti requisiti che hanno bisogno di tempi lunghi, non garantiti da continue riforme che rischiamo di mettere in crisi il sistema formativo. Per avere effetti duraturi, in materia di riforme scolastiche le forze politiche devono cambiare registro, dimostrando la capacità di sapere attendere che determinati processi si producano. A partire dalla consapevolezza che i tempi della politica non sono i tempi della scuola".