UNIONE EUROPEA
Per rispondere insieme alle sfide del 2010
Il 2009 appena concluso è stato un anno veramente intenso per l’Unione europea. Le elezioni per il Parlamento di Strasburgo, pur segnalando un forte astensionismo, hanno portato alle urne quasi duecento milioni di cittadini; l’emiciclo che ne è scaturito ha visto rafforzate le posizioni euroscettiche, che peraltro restano assolutamente minoritarie (e politicamente poco significative). Il Consiglio europeo, dove siedono i 27 capi di Stato e di governo, dal canto suo ha designato José Manuel Barroso a succedere a se stesso nella guida della Commissione; scelta che l’Europarlamento ha ratificato e che prevede, nelle prossime settimane, la definizione dell’intero collegio.
L’anno passato sarà inoltre ricordato per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che ridisegna l’architettura comunitaria, rendendola più efficiente e democratica. Con il Trattato hanno assunto le loro funzioni due importanti figure introdotte con le nuove riforme, ossia il presidente "stabile" del Consiglio e l’Alto rappresentante per la politica estera, capo della costituenda diplomazia Ue. Oltre ai nodi istituzionali, sono stati affrontati dall’Ue problemi di caratura internazionale, di fronte ai quali ogni singolo Stato membro, preso a sé, non avrebbe avuto sufficiente forza di reazione: si pensi alla crisi economica e finanziaria, alla lotta al cambiamento climatico (nonostante gli esiti poco confortanti della Conferenza di Copenaghen), alla politica energetica, a quella relativa alla sicurezza e libertà dei cittadini (Programma di Stoccolma).
Il 2010 si apre dunque all’insegna di una Ue che ha definito meglio i propri compiti e le modalità di azione, anche in rapporto agli Stati membri (principi di solidarietà e di sussidiarietà), mentre si respira un clima di moderata fiducia legato alla capacità di condividere e affrontare insieme le principali sfide attuali. Andrebbero però meglio inquadrati i rapporti internazionali, fra cui la partnership con gli Stati Uniti di Barack Obama, quella con la Russia, gli impegni verso i Paesi in via di sviluppo: aiuti umanitari, cooperazione e peacekeeping in Medio Oriente e Africa. Devono peraltro trovare concretezza varie decisioni assunte nei mesi scorsi, a partire dalle riforme delineate a Lisbona, mentre occorre rimboccarsi le maniche e agire in vari ambiti, dalla disoccupazione alla stabilità dei conti pubblici, dalla ricerca ai fenomeni migratori, dal sostegno alle famiglie alla promozione di un’Europa multiculturale, che sappia al contempo rispettare le specificità nazionali.
In questa stessa fase bisognerà tener conto, senza sottovalutarle, delle frange antieuropeiste che stanno affilando le armi e che sono alimentate dai timori legati alla crisi economica, all’immigrazione, al terrorismo e persino a legittimi benché spesso fraintesi interessi nazionali. Non è un caso se nei giorni scorsi, a pochi mesi dalle elezioni politiche in Gran Bretagna, il quotidiano conservatore "The Daily Telegraph" ha pubblicato un articolo dell’europarlamentare britannico Daniel Hannan che enumera "dieci ragioni per lasciare l’Ue". In realtà, tanti personaggi politici, così come numerosi mass media presenti negli Stati aderenti, contribuiscono a disinformare sull’Ue.
Nel cammino d’integrazione continentale, l’Italia ha per lo più svolto un ruolo propulsivo: la lunga tradizione europeista, inaugurata da Alcide De Gasperi, impegna il nostro Paese nella costruzione di una Unione solida, concreta, trasparente, "unita nella diversità" e aperta al mondo. E su questa stessa linea SIR Europa continuerà a seguire "in presa diretta" gli avvenimenti continentali, a carattere politico, sociale, culturale e religioso, per portare con convinzione e prudenza acqua al mulino dell’integrazione Ue. Della quale, va riconosciuto con onestà, sembra oggi impossibile fare a meno.
Gianni Borsa