PAKISTAN

Urgono più aiuti

Mentre continuano gli interventi di Caritas e mondo cattolico


"E’ stata una catastrofe assolutamente epocale. La Caritas e la Chiesa pakistana stanno facendo il possibile per portare aiuti agli sfollati ma ci sarà bisogno di molte risorse per gestire l’emergenza e ritornare ad una situazione di normalità". Lo dice al SIR Massimo Pallottino, responsabile dell’ufficio Asia di Caritas italiana, che racconta come stanno procedendo gli aiuti umanitari alle popolazioni del Pakistan colpite dalle alluvioni: si parla di 2000 morti e circa 20 milioni di persone coinvolte nel disastro, tra cui 3,5 milioni di bambini che rischiano di contrarre malattie mortali. Secondo l’Onu almeno 800.000 persone sono ancora isolate. Caritas italiana – che subito lanciato una raccolta fondi e ha già allocato 180/190.000 euro – è in costante contatto con Caritas Pakistan, che sta distribuendo aiuti alla popolazione e intende raggiungere almeno 250.000 sfollati. Il 24 agosto il vescovo di Faisalabad, mons. Joseph Coutts, ha chiesto di celebrare una giornata di preghiera anche per favorire il dialogo tra cattolici (minoranza nel Paese), musulmani e indù e aiutarsi reciprocamente. Il Papa aveva lanciato un appello il 18 agosto scorso e la Cei ha stanziato un milione di euro e invitato al sostegno delle iniziative promosse da Caritas italiana (www.caritasitaliana.it ).

Situazione grave e confusa. "L’appello di emergenza di Caritas internationalis è stato di 4,2 milioni di euro – spiega Pallottino – ma si sta già pensando di rivedere le cifre perché questi soldi non basteranno". La situazione, infatti, risulta peggiorare di ora in ora: "Molte zone prima inaccessibili sono state raggiunte ed emergono tutti i bisogni degli sfollati: prima di tutto il cibo. Il governo e gli aiuti internazionali consegnano solo riso, ma c’è necessità di complementi nutrizionali supplementari, soprattutto per i bambini e le donne incinte". L’altra emergenza, prosegue Pallottino, "è il rischio epidemie: sono stati già registrati casi di colera, a causa dell’acqua sporca e delle scarse condizioni igieniche". Poi "servono tende, kit di emergenza, teli di plastica, materassini per proteggersi dall’umidità". Secondo Pallottino "in questa fase si avverte il problema del coordinamento, c’è un po’ di confusione, soprattutto rispetto agli aiuti governativi. Si registra tra la popolazione un certo scontento perché, nonostante i team governativi abbiamo visitato i villaggi e constatato la situazione, gli aiuti tardano ad arrivare". "In questa grande confusione – osserva – la struttura statale pakistana, che già di per sé è fragile, rischia di trovarsi in difficoltà e di portare ad una ripresa delle frange oltranziste, come visto negli attentati dei giorni scorsi".

Gli sfollati premono sulle città. "Sono cinque le diocesi colpite dall’esondazioni del fiume Indo, da nord a sud del Paese – racconta il responsabile Caritas -, e ora l’onda di piena si sta spostando dal Punjab al Sindh e si teme che arrivi a Islamabad. La gente è nel panico perché si sente minacciata dalla piena e fugge. C’è quindi una forte pressione degli sfollati sulle città, in particolare su Karachi, e non sarà facile reggere l’impatto". Passata l’emergenza, spiega Pallottino, "bisognerà verificare i danni reali sull’agricoltura: girano cifre che vanno da 1,7 milioni a 5 milioni di ettari di coltivazioni distrutte, soprattutto risaie. Questo potrebbe mettere a dura prova la sicurezza alimentare del Paese". Insieme a Caritas Pakistan stanno portando aiuti umanitari – perché già presenti in Pakistan con progetti precedenti – anche Catholic relief service (Caritas Usa), Cordaid (Caritas Olanda), la Caritas svizzera e quella irlandese.

C’è bisogno di tutto. “Il disastro in Pakistan è immenso, come non si era mai visto nella storia di questo paese. I profughi che stanno arrivando nelle città sono milioni e hanno bisogno davvero di tutto". A parlare è Stephen Sadiq, il responsabile della Comunità di Sant’Egidio a Islamabad, che in questi giorni si è mobilitata per portare i primi soccorsi alle vittime delle alluvioni. "I bisogni più urgenti – dice Sadiq – sono teli di plastica da usare come pavimento nelle tende, materassi, cuscini, lenzuola, zanzariere contro la malaria, latte per bambini e neonati, acqua potabile, utensili per cucinare, medicine e vestiti”. Una prima raccolta di aiuti di emergenza, fatta ad Islamabad, ha permesso di procedere alla distribuzione di acqua e generi alimentari, lungo l’autostrada che porta alla capitale, dove c’è un’immensa fila di persone che non hanno più niente, solo i vestiti che indossano. "Gruppi di donne e bambini – continua Sadiq – non mangiavano da diversi giorni. Tanti sono scalzi. Non possono neanche tornare indietro perché le strade semplicemente non ci sono più, inghiottite dall’acqua o distrutte". Anche più a sud, attorno a Lahore, informa la Comunità di S.Egidio, ci sono molti sfollati, "talvolta trasportati dai convogli militari che hanno effettuato i soccorsi, ma non sono in grado di fornire ulteriore assistenza".

Occorre fare di più. Anche i salesiani di Quetta si stanno impegnando nei soccorsi ai profughi, in una zona dove non arrivano ancora gli aiuti internazionali. I campi salesiani accolgono 1500 famiglie, per un totale di circa 150 mila persone. "Questa mattina abbiamo raccolto un centinaio di famiglie, a cui abbiamo dato l’essenziale per almeno per un mese: farina e olio per il chapati, il loro pane quotidiano, lenticchie e qualche medicina", ha raccontato don Peter Zago, salesiano, alla Radio Vaticana. "Abbiamo ricevuto aiuti dalla Germania, però se avessimo più aiuti potremmo raggiungere specialmente gli sfollati dalla zona del Sindh".