mons. padovese

Il definitivo messaggio

Milano: i funerali del vicario di Anatolia” “

Alle 10.15 di oggi il feretro di mons. Luigi Padovese ha fatto il suo ingresso nel Duomo di Milano. Ad accompagnarlo, a piedi, 4 confratelli dell’ordine dei cappuccini mentre in Duomo hanno portato la bara, semplice, in legno chiaro uomini della polizia di Stato. Ad attendere all’interno la salma del vicario apostolico di Anatolia, ucciso il 3 giugno a Iskenderun, 5.000 fedeli, 40 vescovi e 300 sacerdoti. Molte anche le autorità presenti. Il rito è stato introdotto dalla lettura, da parte di mons. Giuseppe Bertello, nunzio apostolico in Italia, di un telegramma di cordoglio di Benedetto XVI. Nel messaggio, firmato dal segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, il Papa, "profondamente addolorato", raccomanda "l’anima nobile di questo amato pastore all’infinita misericordia di Dio" e rende grazie "per la sua generosa testimonianza al Vangelo ed il suo fermo impegno per il dialogo e per la riconciliazione che ha caratterizzato la sua vita sacerdotale ed il suo ministero episcopale".

"Non un sacrificio vano". Le esequie sono state presiedute dall’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, che nell’omelia ha parlato della morte di mons. Padovese come di "una morte che porterà frutto. Come il chicco di grano che, caduto in terra muore e germoglia, così è stata la vita di padre Luigi". "Vero discepolo di Cristo, anche il vescovo Luigi – ha detto il card. Tettamanzi – ha dato il suo corpo e ha stretto un’alleanza nel suo sangue, offrendo tutto se stesso per l’annuncio del Vangelo e per la vita di coloro che gli erano stati affidati". "In questa terra turca, che aveva tanto studiato, mons. Padovese ha voluto inserirsi e lasciarsi macerare, amando questo nobile popolo. Padre Luigi si è fatto chicco di grano diventando guida della Chiesa di Anatolia, una Chiesa di minoranza, spesso sofferente e provata", ha aggiunto l’arcivescovo di Milano che ha voluto ricordare anche l’intensa "attività di dialogo" del pastore di origine ambrosiana. "Padre Luigi è stato chicco di grano, che silenziosamente porta frutto, nei suoi incessanti sforzi di costruire spazi di dialogo e di incontro tra culture, tra religioni, tra gli stessi cristiani. Ogni uomo di buona volontà riconosce in questo vescovo mite e sapiente un vero costruttore di pace e di riconciliazione, a partire dal rispetto reciproco e dall’accoglienza fraterna". Il corpo e il sangue di mons. Padovese, ha sottolineato il card. Tettamanzi, "sono davvero caduti sulla terra di Turchia e, pur nel dolore e nelle lacrime, ci appaiono per quello che sono davvero: non più segni di una vita strappata da violenza insensata e tragica, ma offerta viva di sé. Il corpo dato e il sangue versato non sono sacrificio vano". Un ultimo pensiero l’arcivescovo lo ha rivolto "ai fratelli della Chiesa turca": "Da oggi la Chiesa di Milano si sente legata a voi in modo ancora più profondo e particolare. Vogliamo raccogliere il lamento, che si leva da voi e dalla vostra terra. Vogliamo, come Chiesa ambrosiana, insieme a tutte le comunità cristiane, accogliere e affrontare la sfida di essere sempre più coscienti della nostra identità cristiana perché da questa morte così cruenta possa rimanere un messaggio per tutta la Chiesa: la speranza è la parola di vita che possiamo riascoltare da padre Luigi, come il definitivo messaggio che ci viene dal suo corpo dato e dal suo sangue versato su quel piccolo lembo di terra turca".

Fino all’effusione del sangue. Prima della benedizione finale, ha preso la parola mons. Ruggero Franceschini, successore di mons. Padovese al Vicariato apostolico di Anatolia. "Chi ha testimoniato il suo sangue non ha bisogno di parole e neanche di miracoli – ha affermato – hanno ucciso il pastore buono. Partito da questa città si era fatto pellegrino dello spirito e della mente, fino a diventare uno dei più competenti esperti sulla vita e le opere dei Padri della Chiesa vissuti nell’attuale Turchia". Mons. Franceschini ha avuto parole di conforto anche per la Chiesa turca: "La piccola Chiesa rimasta in Anatolia anche se di tradizione apostolica è troppo giovane per superare da sola una tragedia simile, troppo fragile per fronteggiare il male che l’ha colpita, troppo povera per trovare in se stessa le risorse per continuare a sperare almeno di esistere". Da qui la richiesta che le Chiese sorelle diano alla Turchia "vocazioni: sacerdoti, religiosi e religiose, per una missione difficilissima, senza sconti e senza compromessi, non voglio ingannare nessuno davanti a questa bara. Venite a vivere il Vangelo, venite ad aiutarci a vivere, semplicemente". Un appello il vescovo lo ha lanciato ai media: "Tenete aperta una finestra su questa terra e sul dolore della Chiesa che la abita, siate la voce di chi non ha nemmeno la libertà di gridare la propria pena". Un messaggio di cordoglio è giunto anche dal card. Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), il quale ha descritto mons. Padovese come "un uomo umile e magnanimo, un uomo di dialogo e di pace, che ha sempre mostrato apertura, amicizia e generosità anche verso coloro che non condividevano la sua fede. Come vescovo e presidente della Conferenza episcopale della Turchia era pastore premuroso e fedele fino all’effusione del sangue".