gaza

Una grande prigione

Intervista alla segretaria generale di Caritas Gerusalemme

Bibite, marmellate, insalate, succhi di frutta e dolci, dopo tre anni, potranno entrare a Gaza. Sembrerebbe allentarsi la morsa israeliana sull’enclave palestinese che dura ormai dal 2006 e resa ancora più rigida nell’anno successivo, quando Hamas prese il controllo della Striscia, dopo aver espulso le forze di Fatah fedeli al presidente dell’Anp, Abu Mazen. Da allora a Gaza fu vietata l’importazione, per motivi di sicurezza, di apparecchi elettrici, materiale da costruzione ma anche di diversi alimenti e oggetti d’uso quotidiano. La possibile concessione di Israele, frutto anche delle pressioni internazionali, nonostante sul blocco pesa ancora il caso Shalit (il soldato israeliano nelle mani di Hamas dall’estate 2006, ndr), ha suggerito un certo ottimismo per le sorti della pace in Medio Oriente, nell’incontro del 9 giugno a Washington, tra il presidente Usa, Barack Obama, e il leader palestinese Abu Mazen, al quale, peraltro, è stato garantito un pacchetto di aiuti per 400 milioni di dollari. La situazione a Gaza, ha detto Obama, "è insostenibile". Chi sin dall’inizio del blocco si sta impegnando a Gaza per lenire le sofferenze della popolazione, in particolare con progetti nel campo sanitario, è la Caritas Gerusalemme. Il SIR ha intervistato la segretaria generale, Claudette Habesch.

L’assalto israeliano alla flottiglia delle Ong ha riproposto Gaza all’attenzione del mondo. Ma di questi giorni è anche la notizia di un allentamento del blocco da parte d’Israele. Che ne pensa?
"Il blocco di Gaza non si addice ad un mondo civilizzato. Come si può accettare, a livello internazionale, questo blocco che dura da più di tre anni? È possibile accettare che un milione e mezzo di palestinesi soffrano per questo, costretti in una prigione, la più grande del mondo, lasciando che Israele operi al di sopra della legge? Bisogna immediatamente rimuovere il blocco, liberare il popolo di Gaza e dargli la possibilità di vivere, lavorare, guadagnarsi la vita con dignità. È una questione di rispetto dei diritti umani come sancisce la Convenzione di Ginevra, ratificata anche da Israele. Il popolo palestinese soffre l’occupazione già da 43 anni, la più lunga del mondo moderno".

Ma come conciliare le esigenze di sicurezza di Israele con quelle umanitarie di Gaza?
"Chi ha creato Hamas e perché Hamas è arrivato a queste posizioni? La sicurezza di Israele non si raggiunge con il blocco di Gaza, chiudendo le frontiere o mettendo check point. La sicurezza si raggiunge con la giustizia e la riconciliazione. Bisogna accettare, pertanto, che il popolo palestinese veda riconosciuti i propri diritti sanciti dalle leggi internazionali e dalle risoluzioni Onu. Quando si parla di sicurezza bisogna riferirsi a quella dei due popoli. Serve mettere in pratica quanto a livello internazionale è stato deciso per dirimere i problemi sul tappeto. Non possono esserci due pesi e due misure. La comunità internazionale si mobiliti per un cambiamento concreto, positivo per i due popoli. Non può esserci la vittoria di un solo popolo. Palestinesi e israeliani o vinceranno insieme la pace o la perderanno insieme".

Qual è l’impegno di Caritas Gerusalemme per la Striscia di Gaza?
"La Caritas di Gerusalemme è in prima linea nel fronteggiare l’emergenza umanitaria in atto nella Striscia soprattutto nel campo sanitario. Abbiamo molti progetti in corso, tra questi una clinica mobile e sei punti di pronto soccorso medico. Oltre a ciò abbiamo allestito un consultorio psicologico per lavorare soprattutto con le persone più traumatizzate come bambini e anziani. Sosteniamo migliaia di famiglie in tutta la Striscia anche sul piano alimentare e igienico. La scorsa settimana abbiamo concluso un progetto di educazione igienica e sanitaria, con la consegna di prodotti ad hoc, a 4.500 famiglie. Ci sono molte cose che mancano a Gaza e, per questo, inviamo camion con derrate alimentari necessarie alla popolazione. Va detto, comunque, che a Gaza si trovano diversi prodotti, sapone, cioccolata, che arrivano attraverso i tunnel. Purtroppo i prezzi sono molto alti e quindi inaccessibili per molta parte della popolazione, segnata dalla disoccupazione. I prodotti disponibili nella Striscia hanno un prezzo molto più alto degli stessi che si vendono fuori di Gaza".

Lei chiede di dare ai palestinesi di Gaza la possibilità di guadagnarsi la vita dignitosamente. Ma come favorire la ripresa del lavoro?
"In questo campo c’è molto da fare. Il nostro lavoro qui è quello di dare speranza a tutti, specie ai più giovani e a coloro che devono provvedere alla loro famiglia. È urgente provvedere alla ricostruzione delle infrastrutture, delle abitazioni, ma è difficile ottenere finanziamenti per rispondere a questi bisogni. Cerchiamo quindi di aiutare a trovare soldi per ricostruire la propria casa. L’economia è bloccata, basti pensare alla pesca, praticata dagli abitanti della Striscia. Le navi dei pescatori palestinesi vengono molto spesso bloccate o perquisite dalla flotta israeliana che staziona al largo della costa con grave danno all’economia locale. Mancano, poi, i materiali utili alla ricostruzione: Israele non permette l’ingresso di vetro, legno ed altro per motivi di sicurezza".

C’è ancora speranza per Gaza?
"Sì, ma è riposta nell’azione della Comunità internazionale. Bisogna accompagnare palestinesi e israeliani sul cammino di pace. Serve che il mondo intero prema sulle parti per la giustizia e il diritto".