LAVORO MINORILE

Il sorriso rubato

Nel mondo 215 milioni di bambini sfruttati

Respirare il piombo mentre si cerca un grammo d’oro da rivendere sul mercato illegale per portare a casa qualcosa da mangiare. E restare così intossicati per avvelenamento da piombo. Una vera e propria strage di bambini in Nigeria: 111 ne sono morti nel Nord, intorno alle miniere dello Stato di Zamfara. In totale il bilancio ufficiale da gennaio è di 163 vittime, ma i morti potrebbero essere di più. Le ultime cifre fornite dall’Ilo, l’agenzia dell’Onu che si occupa di lavoro, parlano di 215 milioni di minori impiegati in attività lavorative, senza alcuna retribuzione o con salari irrisori. Ben 115 milioni sono impiegati in attività pericolose. Sul fenomeno dei bambini lavoratori sfruttati abbiamo chiesto un parere a Marco Griffini, presidente dell’associazione "Amici dei bambini" (Aibi).

Una grande piaga. Purtroppo la piaga del lavoro minorile è molto estesa nel mondo: "Quando ci sono episodi clamorosi come quello successo in Nigeria – afferma Griffini – salgono agli onori delle cronache, se ne parla sui media, ma non vengono fuori gli episodi di tutti i giorni che riguardano persone singole. Noi, che gestiamo le tematiche dell’emergenza abbandono dei bambini, sappiamo che lo sfruttamento è la piaga maggiore". Recentemente, ricorda il presidente di Aibi, "sono state ritoccate le stime dei minori abbandonati, passando da 143 a 163 milioni, negli ultimi cinque anni. Il problema grosso si presenta quando un bambino abbandonato lascia la struttura di assistenza, al compimento del diciottesimo anno di età. I ragazzi sono letteralmente buttati in mezzo alla strada e in quel momento si crea il grande problema degli sfruttamenti".

Prendere coscienza. Di fronte al dramma dello sfruttamento lavorativo dei minori, secondo Griffini, il primo passo da compiere è "il prendere coscienza che i minori devono stare in famiglia. Noi stiamo lanciando da qualche anno presso le istituzioni dell’Onu e il Parlamento europeo l’idea di riconoscere la categoria degli ‘Out of family children’, cioè coloro che sono fuori dalla famiglia, come vittime sociali. Il minore che è collocato fuori da una famiglia è un minore a rischio e come tale deve essere trattato. Anche nello sfruttamento lavorativo si deve capire se alle spalle c’è una famiglia". E "avere una famiglia alle spalle – chiarisce – non vuol dire un padre e una madre che ti hanno generato, ma una famiglia che ti accoglie e ti accudisce". È necessaria, a giudizio del presidente di Aibi, "una presa di coscienza sociale e culturale del fenomeno e poi intervenire, collocando ogni bambino in una famiglia, attraverso gli istituti dell’affido, dell’adozione e le case famiglia".

Anche in Italia. Quanto siamo lontani da una cultura di vero rispetto dell’infanzia? "Tanto – risponde Griffini –. Persino in Italia esiste il problema, come dimostra il fatto di non sapere quanti sono esattamente i minori fuori famiglia nel nostro Paese: ci sono stime di 32-34-36 mila bambini". Rispetto al problema dello sfruttamento nel mondo del lavoro, spiega il presidente di Aibi, "i minori fuori famiglia in Italia sono, comunque, tutelati e curati. Lo sfruttamento può capitare per i minori che hanno una famiglia e non sono, perciò, inseriti nel sistema di protezione dell’infanzia; minori che vivono, quindi, in una famiglia che li sfrutta". In questi casi "è difficile intervenire anche da parte delle autorità nei confronti della famiglia. Anche in caso di sfruttamento del figlio per lavoro minorile o per mendicare nelle strade non c’è un’interruzione automatica della patria potestà, ma si cerca di recuperare la relazione anche quando è clamorosamente finita".

Responsabilità etica. Lo sfruttamento del lavoro minorile, comunque, è più diffuso in Paesi in via di sviluppo. "Anche in questo caso – sostiene Griffini – si tratta, di solito, di minori inseriti nelle loro famiglie. In realtà, il fenomeno dello sfruttamento riguarda o le famiglie che abusano della loro autorità o il minore che esce dal sistema di protezione; e questo può avvenire quando vuole, perché le fughe sono all’ordine del giorno". Anche il fenomeno dei "meninos de rua" (bambini di strada), in Brasile, ormai notissimo, si potrebbe contrastare "se passasse la cultura che il minore non può stare fuori dalla famiglia. Purtroppo, però, non c’è decisionismo su situazioni familiari precarie. E questo perché c’è la cultura del rispetto della famiglia di origine, che da un lato può essere anche giusta perché si tratta di una relazione importante, dall’altro preclude la possibilità di dare a questi minori un’altra famiglia e un futuro migliore". Quando c’è un conflitto tra diritto di adulto e minore, rileva il presidente di Aibi, "prevale sempre il diritto o l’interesse dell’adulto, anche purtroppo nelle situazioni di abbandono o di sfruttamento del minore. Siamo ancora una cultura adulto-centrica. Si deve fare un cammino culturale e prendere coscienza che il minore, sia abbandonato sia sfruttato, anche se non è mio figlio, interroga la mia responsabilità etica. Anche se non sono colpevole dell’avvelenamento in Nigeria, comunque mi devo sentire responsabile perché sono coinvolti dei minori, che devo considerare come miei figli. Se ogni padre, ogni madre avesse questa coscienza della responsabilità etica verso un minore in difficoltà, le cose cambierebbero in meglio".