UNITÀ D'ITALIA

I cattolici e la casa comune

L’attualità di una cultura e di un impegno

Ricorre il centocinquantesimo dell’unità nazionale realizzata in una stagione, quella risorgimentale, che per tante generazioni ha rappresentato una epopea in cui riconoscersi.
Un anniversario che cade in un momento particolare, con un quadro sociale e politico carico di difficoltà, in cui alcuni accarezzano ipotesi federaliste che, se attuate in forma estrema, potrebbero minare l’unità conseguita.
È singolare che i cattolici, così come è accaduto per altri temi, giunti in ritardo (la pagina risorgimentale fu scritta “a scapito” di quel potere temporale della Chiesa ritenuto come condizione e garanzia dell’esercizio della potestà spirituale), si trovino oggi a difendere la dimensione unitaria, vista come opportunità solidale, da leggere peraltro in un contesto sempre più europeo e globale.
Non è un caso che nei giorni scorsi il presidente della Cei abbia richiamato che “l’unità del Paese resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrà storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti”.
Riflettere su questo anniversario può essere un’occasione per ripensare non tanto al modo in cui si è realizzata l’unificazione nazionale quanto a come è stata vissuta nella nostra storia per poter uscire dall’attuale fase di transizione, da quella galassia di schegge sempre più molecolarizzate che descrive il nostro presente: con una cittadinanza debole dalle forti pulsioni individuali che si riconoscono anche nell’insorgere di localismi ancora più ingiustificati se si pensa al quadro europeo.

Chiesa e associazionismo: un apporto originale nel “fare gli italiani”. Se l’Italia del Risorgimento è stata unita con le guerre di indipendenza, per “fare gli italiani” era necessario qualcosa di più duraturo e profondo: una cultura condivisa. Possiamo così ripercorrere la storia del Paese cercando di riconoscere quella traccia che la Chiesa, ma anche il movimento cattolico organizzato, vi hanno lasciato, contribuendo a formare la coscienza civile degli italiani. È storia in gran parte non scritta.
Quale è stato il ruolo dei cattolici in questi decenni, da estranei a sempre più coinvolti, da protagonisti nella sintesi costituzionale del secondo dopoguerra fino alla attuale difficoltà, culturale prima che politica, di offrire una elaborazione capace di orientare il Paese?
Guardando alla storia vi è, intanto, da riconoscere, sul piano della funzione culturale e civile e dell’associazionismo, che la situazione è profondamente modificata. Pure in questo caso si può riconoscere all’associazionismo il ruolo avuto nell’unificare persone di Regioni diverse affratellate da un unico sentire “dalle Alpi nevose all’Isola ardente”, come cantava una canzone della Gioventù femminile. Una funzione che dispiegava i suoi effetti ben oltre l’associazionismo e che, a ben vedere, costituisce un indubbio debito di riconoscenza per l’intero Paese.
Come non riconoscere poi, in sede storiografica, il ruolo del partito di ispirazione cristiana che nel secondo dopoguerra ha tenuto insieme il Paese evitando le spinte disgregative, non solo tra Nord e Sud ma anche tra diverse culture, armonizzando in una positiva laicità dello Stato lo stesso rapporto con la Chiesa cattolica? Erano quelli i tempi della repubblica dei partiti i quali erano, appunto, chiamati a svolgere una funzione di sintesi; la situazione attuale è ben diversa e non lascia illusioni circa la tensione unitiva che essi possono esercitare.
A metà degli anni Settanta, quando l’Azione Cattolica cercava di superare il rischio del dissolvimento, una lettera della Cei la invitava a divenire “movimento di opinione e di azione”. L’indicazione non contravveniva alla scelta religiosa, semmai la completava e indicava una direzione in piena linea con la storia integrale dell’associazione. Una storia non a caso nata a ridosso dell’evento unitario, di quella proclamazione avvenuta a Torino il 17 marzo 1861.

Nell’ora presente. Il centocinquantesimo non è, dunque, solo o tanto un’occasione per una riflessione storiografica. Riguarda il presente. In che misura l’azione formativa dell’associazionismo è ancora un valore nel costruire un senso di cittadinanza che faccia amare e sentire casa comune il Paese che si abita, senza per questo dimenticare una corretta apertura internazionale, un atteggiamento inclusivo e proteso a valorizzare la multiculturalità? Quale apporto possono offrire i cattolici al Paese? Se sono superati i grandi problemi dell’analfabetismo, del divario sociale, della divaricazione città/campagna sappiamo che l’agenda politica del Paese presenta non pochi snodi.
Ciò che più può offrire il credente alla vita di tutti è un contributo di speranza per il bene comune, è un apporto al disegno di nuovi orizzonti che consentano la convivenza pacifica, lo sviluppo della qualità della vita, l’inclusione di nuovi segmenti della popolazione mantenendo alta la tensione verso la giustizia.

Ernesto Preziosi
presidente del Censses (Centro studi storici e sociali)