GIOVANNI PAOLO II

Con amore nella storia

I volti di un pontificato “inatteso”

"Prendersi cura dell’uomo, nel concreto della sua esistenza e delle sue situazioni". Era questa, per Giovanni Paolo II, la "missione della Chiesa". A testimoniarlo è stato il card. Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale della Cei, intervenuto alla tavola rotonda organizzata il 18 maggio a Roma nell’ambito dell’incontro del Centro universitario Cattolico (Cuc) su "L’inatteso pontificato di Giovanni Paolo II". Fin dai primi anni di pontificato, ha ricordato il cardinale, Giovanni Paolo II era convinto che "il processo di secolarizzazione fosse irreversibile e che l’unica strategia pastorale, e anche culturale e politica, che avesse speranza di ottenere risultati non effimeri fosse quella di non contrastare tale processo, bensì di accompagnarlo e, per così dire, di evangelizzarlo, evitando che esso degenerasse in un secolarismo ostile alla fede cristiana". La pastorale della Chiesa doveva, quindi, "essere ripensata, lasciando cadere quelle forme che ormai appartenevano a un passato destinato a scomparire e concentrandosi su una catechesi e un’evangelizzazione libere da tentazioni polemiche e anche da un’apologetica troppo difensiva". "Stare dentro" ai tempi nuovi, il compito della Chiesa, "senza sterili nostalgie per il passato e al contrario con una forte capacità di comunicare nei linguaggi del presente e di anticipare il futuro".

"Non abbiate paura": di Dio, anzitutto. È la chiave di lettura scelta da mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, per "rileggere" il pontificato di Giovanni Paolo II, che "non si è stancato di ripetere quanto sterile e fuorviante sia il tentativo di voler escludere il Cristo dalla storia. La pretesa di costruire senza di lui la città dell’uomo è stata la torre di Babele dell’ideologia comunista", ma "anche il capitalismo, agli occhi del Papa, si rivelava incapace di garantire il bene comune". "Non abbiate paura", ha proseguito mons. Crociata, nemmeno nel riconoscere la propria responsabilità: "L’amore per la Chiesa da parte di questo Papa è stato tale che egli non ha esitato a scandalizzare molti col chiedere perdono per le sue rughe".

La "speciale missione" dell’Italia. "All’Italia è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo". È un passo della Lettera indirizzata da Giovanni Paolo II ai vescovi italiani, il 6 gennaio 1994, sulle "responsabilità dei cattolici di fronte alle sfide dell’attuale momento storico". A citarla è stato il card. Ruini, per spiegare il senso della "speciale missione" attribuita dal Papa polacco all’Italia nel contesto europeo. "Questo Papa polacco – le parole del card. Ruini – ha profondamente amato l’Italia e l’ha davvero sentita come sua seconda patria": di qui il "senso di fiducia" di Giovanni Paolo II nei confronti del nostro Paese, a partire dalla convinzione della "grande missione che anche nel nostro tempo l’Italia e la Chiesa italiana sono chiamate a svolgere nel mondo e anzitutto in Europa", tramite "un’evangelizzazione capace di fronteggiare le sfide della secolarizzazione".

L’amore per Roma. Altro "aspetto saliente" del pontificato del Papa polacco "la forte consapevolezza della connotazione romana del ruolo del successore di Pietro". "Dal lungo pontificato di Giovanni Paolo II Roma ha davvero ricevuto tanto, come diocesi e come città: egli infatti ‘sentiva’ Roma e l’amava profondamente, ne percepiva il fascino e la grandezza ben più di tanti romani e italiani". "Nei quasi 27 anni di pontificato – la testimonianza del card. Ruini – Giovanni Paolo II ha mostrato in concreto quanto prendesse sul serio questa dimensione romana della sua missione. E per lui l’essere vescovo di Roma implicava quasi automaticamente una speciale sollecitudine e responsabilità per l’Italia". "Quando la malattia costrinse il Papa a rallentare i suoi ritmi di lavoro – ha rivelato il card. Ruini – proprio la diocesi di Roma divenne il tema prevalente dei nostri colloqui". "Sono stato sempre impressionato da questa dedizione – ha confessato il cardinale – che lo conduceva ad una presenza a tutto campo: perciò, quando le condizioni di salute lo costrinsero ad alcune rinunce, ne soffriva quasi si sentisse inadempiente alla missione affidatagli".

L’altra "grande eredità". Uno "straordinario" e "indomito evangelizzatore", pronto a "spendersi continuamente in prima persona ma anche ad accogliere, valorizzare e mobilitare ogni persona o gruppo, energia o proposta che potesse contribuire a rendere presente Cristo tra gli uomini, le nazioni e le culture". Questo, in sintesi, l’identikit di Giovanni Paolo II tracciato dal card. Ruini, secondo il quale l’altra "grande eredità" che ci ha lasciato consiste nell’"acuta consapevolezza che il nostro – per i credenti in Cristo – è davvero tempo di missione". Giovanni Paolo II, per il card. Ruini, "è stato grande e innovativo promotore del dialogo tra le religioni, in vista della comune responsabilità per l’uomo e per la pace e l’unità della famiglia umana". "Fermissima" la sua difesa dell’antropologia e dell’etica cristiana, "straordinario e unico" il ruolo che ha giocato nella politica mondiale. "Tuttavia – ha precisato il cardinale – era intimamente convinto che il suo compito non fosse politico ma ecclesiale e, direi, di difesa dell’uomo: era quindi sempre preoccupato che l’indole e il movente non politici risultassero chiari, anche nei suoi interventi più gravidi di conseguenze politiche".