ITALIA ED EUROPA

La memoria e l’impegno

Due date storiche per il futuro

Le celebrazioni di eventi che hanno cambiato la direzione della storia non possono essere considerate “tempo perso”. Nel ricordarlo riferendosi ai 150 anni dell’Unità d’Italia, il presidente della Repubblica, preceduto nella stessa linea di pensiero dal card. Angelo Bagnasco, ha posto all’attenzione dell’opinione pubblica la memoria come valore grande e irrinunciabile per costruire il bene comune e il futuro.
Le difficoltà, le crisi, le fatiche che si stanno vivendo anche in Italia e in Europa non sono motivo per cancellare ma per purificare le manifestazioni celebrative, per dare loro significato e prospettiva dal momento che vengono liberate da formalità e luoghi comuni.
Porsi con indifferenza di fronte a ricorrenze che hanno segnato, anche con il dolore, la vita di persone e popoli, è commettere “il peccato più grande”, diceva nei giorni scorsi al Parlamento europeo Wladyslaw Bartoszewski, segretario di Stato della Polonia, sopravvissuto ad Auschwitz.
La memoria non è la nostalgia del passato, ricordare non è fermarsi a un album di fotografie ingiallite.
C’è un travaglio intellettuale che viene avviato da un calendario fatto di date scolpite nel cuore e nella mente. Date del passato, date per il futuro.
Così è anche per l’Europa che il 9 maggio ricorda la Dichiarazione di Schuman mentre in Grecia divampa un incendio che rischia di estendersi ad altri Paesi.
“L’Europa – si legge nella Dichiarazione letta a Parigi alle ore 16 del 9 maggio 1950, nella Sala dell’orologio al ministero degli Esteri in Quai d’Orsay – non potrà farsi in una sola volta, ne sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.
Che valore possono avere queste parole in un’Unione europea messa a dura prova dalla crisi economica e da comportamenti non del tutto tesi alla costruzione della casa comune?
Utopia, ingenuità, astrattezza?
Le celebrazioni del 60° anniversario della Dichiarazione Schuman ripropongono il “sogno” dei padri fondatori della Comunità europea, quel “sogno” non era fuga dalla realtà ma fuga dalla guerra, dalla distruzione, dall’odio.
Era la grande visione di cui oggi la politica appare priva, di cui ci si sente orfani con il rischio che la rassegnazione vinca il coraggio e faccia dimenticare le tappe di un percorso, quello europeo, che è unico nella storia.
Come accade, purtroppo, per molti media italiani che ancora pongono l’informazione europea nelle pagine degli esteri, come se in questi sessant’anni non fossero state superate le frontiere, non fossero caduti tanti muri, non fosse sorta una casa comune.
È il momento dell’audacia non della resa, lo ricordava il 3 maggio il cardinale Bagnasco a Genova riferendosi ai 150 anni dell’Unità d’Italia: “Servono grandi visioni per nutrire gli spiriti e seminare nuovo ragionevole ottimismo”.
Ciò vale anche per l’Unione europea che sempre il presidente della Cei accostava felicemente all’Italia offrendo ancor più forza e prospettiva all’appello per “un nuovo innamoramento del nostro essere italiani”.
Innamorati dell’Italia e innamorati dell’Europa.
Come Jean Monnet, uno degli ispiratori della Dichiarazione Schuman: poco prima della morte ai giornalisti che gli chiedevano cosa fare per l’Europa rispondeva: “Continuer, continuer, continuer”.
Andare avanti, nonostante tutto: questa é la bella avventura, anche per l’oggi.
Da vivere soprattutto con i giovani, per incoraggiarli ad avere pensieri grandi, a guardare oltre gli scetticismi e gli egoismi che nella storia hanno sempre aperto la strada a brutte avventure.

Paolo Bustaffa