SINDONE

Dal buio estremo

Alla luce più grande

L’umanità del nostro tempo è diventata particolarmente sensibile al mistero del nascondimento di Dio, specialmente dopo le tragiche Viae Crucis del Novecento: le guerre mondiali, i lager e i gulag, la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, i genocidi e i tanti silenziosi stermini. Lo ha rilevato domenica scorsa Benedetto XVI durante la visita al duomo di Torino, dove da settimane è solennemente esposta la Sindone. La liturgia celebra il nascondimento di Dio nel giorno del Sabato santo, del quale un’antica e nota Omelia dice: "Oggi sulla terra c’è grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme".
Dopo la crocifissione, lo sposo è stato sottratto alla vista dei suoi; i Vangeli dicono che Giuseppe d’Arimatea, benestante e membro autorevole del Sinedrio chiese coraggiosamente a Pilato il corpo di Gesù, lo avvolse in un lenzuolo appositamente comperato e lo depose nel sepolcro di sua proprietà. Da quel momento non è più possibile vedere Gesù e il volto di Dio è nascosto. Giorno di silenzio, il Sabato Santo, sembra far parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo in maniera quasi esistenziale. Dio è assente, perché è stato cacciato dall’uomo, che pensando di essere finalmente libero, è divenuto il carnefice del suo prossimo. Il Novecento è stato il secolo, in cui maggiormente la dignità della persona è stata violata; ma questo ha alcuni antefatti. Filosofi e pensatori dell’Ottocento hanno teorizzato che Dio fosse un antagonista dell’uomo, hanno diffuso l’ateismo come forma di libertà, come conquista di civiltà. Come venti secoli fa Dio è stato ucciso e, sul finire dell’Ottocento, Nietzsche poteva scrivere: "Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!".
Eppure, "la creatura – ricorda il Concilio – senza il Creatore svanisce (…). Anzi, l’oblio di Dio rende opaca la creatura stessa" (Gaudium et spes n. 36). Giorno oscuro il Sabato Santo. Ogni volta che qualcuno lo suscita, vengono meno i cardini della civiltà: la pace tra le nazioni, l’uguaglianza di tutti gli uomini, l’intangibilità della persona in tutte le fasi della sua esistenza. Tuttavia, Dio anche se rigettato, non resta inoperoso.
"Dio è morto nella carne – continua quell’omelia – ed è sceso a scuotere il regno degli inferi". E nel "Credo" noi professiamo che Gesù, dopo la sua sepoltura, discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò da morte. Il tempo della sepoltura è ricco di mistero. Intanto, perché Gesù non solo ha condiviso il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. In quel silenzio è disceso agli inferi, cioè "è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove – ha spiegato il Papa – non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: gli inferi". Gesù Cristo, rimanendo nella condizione della morte, nel "tempo-oltre-il-tempo", ha oltrepassato la porta di quella solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui.
Nel silenzio del Sabato Santo è successo l’impensabile: l’Amore è penetrato nel buio estremo della solitudine umana, la Vita è entrata nel regno della morte, affinché, chiunque dovrà passare di là, trovi una mano che lo conduca fuori. Da quel momento non c’è un’esperienza, per quanto angosciosa e tremenda, in cui Dio sia lontano.
Questo è il mistero del primo Sabato Santo e di tutti gli altri avvenuti nella storia: più sembra regnare l’oscurità e maggiore è la luce dell’amore, che lì si accende, la luce stessa della Risurrezione. E, così, anche i terribili luoghi di morte, creati dalla violenza e dall’ingiustizia di alcuni potenti, possono essere illuminati da gesti di segno opposto, compiuti da tanti che, nonostante tutto, amano e sperano. Questo può avvenire perché la passione e la morte di Gesù hanno avuto, per la potenza dell’Amore di Dio, un esito di segno opposto.
La Sindone di Torino è la testimonianza silenziosa di ogni Sabato Santo della storia: per questo in tanti si sentono fortemente interpellati. Essa parla, innanzitutto, dell’oscurità del rifiuto di Dio e del suo nascondimento; le violenze subite dall’Uomo della Sindone sono immagine eloquente delle tante inflitte ai più deboli. In questo senso: la sofferenza di Cristo è la sofferenza dell’uomo ("Passio Christi. Passio honinis"). Ma, soprattutto, parla della vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, parla della speranza. Ogni traccia di sangue parla d’amore e di vita, specialmente la macchia frutto della ferita del costato, da cui sono sgorgati insieme sangue e acqua, segno della vita di grazia, donata dal Crocifisso Risorto.
La Sindone, proprio perché è stata immersa nel buio profondo, è particolarmente luminosa.

Marco Doldi