YARA

Grazie a voi

La testimonianza di papà Fulvio e mamma Maura

"Noi crediamo, siamo convinti, come le forze dell’ordine, che Yara sia viva". È Fulvio Gambirasio, il papà di Yara, la ragazzina di Brembate, letteralmente scomparsa nel nulla dal 26 novembre scorso, a dire così ai giornalisti, a margine dell’unica apparizione pubblica di questa famiglia bergamasca semplice e schiva. Lo dice, il papà, prima di rivolgere insieme alla moglie Maura un appello alle "persone che trattengono Yara", per chiederne la liberazione.
Colpiscono la semplicità e la dignità dell’appello dei genitori di Yara, fanno immaginare il grande sforzo di un papà e di una mamma alle prese con l’angoscia quotidiana del non sapere nulla della propria figlia, con un dolore che si può solo intuire. Dall’appello, però, traspare anche una forte carica di speranza e di umanità, fatta di relazioni quotidiane, di affetti profondi, di fede, anche. Una carica che ha qualcosa da dire a tutti noi.
È una "famiglia semplice", quella di Yara, "che ha basato – così l’appello di Fulvio e Maura – la propria unità sull’amore, sul rispetto, sulla sincerità e sulla solarità del nostro quieto vivere". Una famiglia semplice che si trova a fronteggiare l’enormità del male, il suo mistero: alle domande sul perché e sul come non ci sono risposte. E questa famiglia prende atto: "Noi non cerchiamo risposte, noi non chiediamo di sapere, noi non ci assilliamo per capire, noi non vogliamo puntare il dito verso qualcuno, noi desideriamo solo, immensamente, che nostra figlia faccia ritorno nel suo mondo, nel suo paese, nella sua casa, nelle braccia dei suoi cari". Il paese, la casa, gli affetti, una comunità che in questo periodo è stata presenza reale, silenziosa e vicina per i genitori di Yara: sono i confini di un mondo caldo, il "segreto" per non farsi annientare dal male. Per conservare e rilanciare un senso di umanità che davvero stupisce: "Noi imploriamo – dicono Fulvio e Maura – la pietà di quelle persone che trattengono Yara, chiediamo loro di rispolverare nella loro coscienza un sentimento d’amore; e dopo averla guardata negli occhi gli aprano quella porta o quel cancello che la separa dalla sua libertà. Noi vi preghiamo, ridateci nostra figlia, aiutateci a ricomporre il puzzle della nostra quotidianità, aiutateci a ricostruire la nostra normalità".
Coscienza, amore… Potrebbero sembrano parole fuori luogo rivolte a chi ha rapito una tredicenne. Eppure Fulvio e Maura in qualche modo confidano in queste persone, a loro si rivolgono senza dimenticare la possibilità di coscienza e amore, quali sono in ogni uomo e donna. Implorano, pregano, chiedono aiuto, rivendicano anche l’ingiustizia insopportabile di quel che accade – "non meritiamo di proseguire la nostra vita senza il sorriso di Yara" – ma non abdicano a guardare in qualche modo negli occhi di chi ha rapito la loro figlia. Non è un Male senza volto, ineluttabile, disumano. Sono persone, uomini e donne, con coscienza e amore.
Più di 30 anni fa un Papa scriveva agli "uomini delle Brigate rosse",a gente feroce che aveva rapito e poi avrebbe ucciso un altro uomo, innocente. Un Papa chiedeva in ginocchio ai rapitori di lasciare spazio nel loro cuore a "un vittorioso sentimento di umanità", si rivolgeva loro richiamando la dignità ineguagliabile di ogni persona. Ecco, qui sta il punto: vicende e tempi molto distanti, linguaggi diversi, eppure ecco una fede comune, profonda, nell’uomo. Una fede che supera lo strazio dei cuori, che guarda avanti, che dà speranza. Di questo, stringendo forte le mani a Fulvio e Maura, abbiamo noi da dire grazie.