UNIONE EUROPEA
1° gennaio: presidenza ungherese ed Estonia in Eurolandia
L’Europa comunitaria volge lo sguardo a Est, con un misto di speranza e di preoccupazione. Il 2011 inizia con gli occhi particolarmente rivolti all’Ungheria, che dal primo gennaio assume la presidenza di turno dell’Ue, e all’Estonia, che nello stesso giorno diventa il diciassettesimo Paese di Eurolandia.
Presidenza di turno. Il governo di Budapest ha annunciato quattro temi prioritari nell’agenda che per un semestre la vedrà guidare i lavori del Consiglio dei ministri dell’Ue, in collaborazione con la presidenza "stabile" detenuta dal belga Herman Van Rompuy: crescita economica "per salvaguardare il modello sociale europeo"; una "Europa più forte"; una Unione "più vicina ai cittadini"; allargamento e politica di vicinato. Come sempre, però, Bruxelles e Strasburgo non badano tanto ai programmi enunciati, quanto al lavoro che concretamente viene svolto a livello di istituzioni comuni e allo spirito con il quale si intraprende una presidenza. "Le aspirazioni dell’Ungheria coincidono con quelle dell’Unione europea ed è per questo che il primo obiettivo della presidenza sarà quello di rafforzare il processo di integrazione": il governo di Viktor Orbán si è presentato con queste credenziali, eppure lo scetticismo nei suoi confronti è palpabile. Una serie di misure politiche e sociali interne ha infatti lasciato perplesse sia la Commissione che una parte del Parlamento europeo, ma soprattutto hanno suscitato qualche imbarazzo i recenti provvedimenti che di fatto pongono l’informazione e i mass media sotto il controllo di una autorità governativa. Con eguale timore si guarda ai rapporti con Bratislava, visto che lo stesso governo Orban ha offerto la cittadinanza alla minoranza ungherese in Slovacchia. Dall’incontro con la Commissione Barroso, fissato al 7 gennaio, e da quello con l’Europarlamento, durante la sessione del 17-20 gennaio, si potranno comprendere le reali intenzioni di Budapest e l’accoglienza che l’Ue riserva alla presidenza tornante.
Euro ed economia. Diverso l’atteggiamento europeo verso l’Estonia. La piccola Repubblica baltica aggancia l’area della moneta unica proprio in un momento di grandi turbolenze; è comunque un segnalo positivo, nel senso che Eurolandia continua ad attrarre i Paesi dell’Unione. La prospettiva di allargare il gruppo degli Stati con la medesima valuta impone però la necessità di perseguire ancora più tenacemente una maggiore governance economica, il rafforzamento del mercato unico, il rigore nei conti pubblici (deficit e debito) e la stabilità dei prezzi. Sempre a Est si trovano situazione economiche differenti: ai dati positivi di alcuni Paesi, come la Polonia, fanno riscontro quelli problematici di altri, fra cui Romania, Bulgaria, Lettonia. Sono soprattutto i ritardi nel complessivo sviluppo economico, occupazionale e sociale dell’Europa orientale a rimanere sotto osservazione nei palazzi dell’Unione. Non a caso appena prima di Natale Germania e Francia hanno scritto alla Commissione europea per chiedere il rinvio dell’ingresso di Bucarest e Sofia nello spazio Schengen: per far parte della zona di libera circolazione occorrono secondo Parigi e Berlino "progressi irreversibili" nel campo della sicurezza, della lotta al crimine organizzato e alla corruzione che i due Paesi non riuscirebbero ancora ad assicurare pienamente.
La questione balcanica. Interrogativi circa l’avvicinamento dei Balcani all’Ue sono poi emersi nelle scorse settimane: per ragioni differenti sono finiti sotto accusa i leader di Croazia (Ivo Sanader, ex primo ministro croato, sospettato di corruzione, è stato arrestato in Austria) e Kosovo (Hashim Thaçi, vincitore delle ultime elezioni, è sospettato di collusioni con la mafia dedita al traffico di armi e di droga). Mentre il Montenegro, che ha ricevuto il 17 dicembre dal Consiglio europeo lo status di Paese candidato all’adesione, è sospettato di essere al centro di un esteso e ramificato traffico di armi e stupefacenti. Non è un caso se nei giorni passati il quotidiano serbo "Politika" ha invocato l’intervento dell’Europa, scrivendo: "Credere che i Paesi della regione" balcanica "siano capaci di affrontare da soli le sfide della transizione è una illusione". L’Ue "deve capire che la stabilità dei Balcani non può essere il suo unico scopo. La crisi delle società balcaniche ha una dinamica particolare, che spinge la gente a cercare una vita migliore fuori dalle frontiere dei loro Stati. La stabilità senza sviluppo è solo stagnazione politica ed economica. L’Europa deve agire". E più avanti: "Le grandi pulizie anticorruzione sono cominciate in Romania e in Bulgaria, proseguono in Croazia e arriveranno anche in Serbia e negli altri Paesi candidati all’adesione". A est, nei Paesi che hanno aderito all’Unione e in quelli candidati o prossimi a ricevere lo status di candidati, si guarda tuttora all’Europa quale "aggancio" per lo sviluppo e la democrazia. Ma è altrettanto evidente che i reciproci sospetti non mancano e che potranno essere superati solo in una logica di responsabilità, di solidarietà e di apertura da parte di tutti i soggetti coinvolti.