MESSA IN FABBRICA

Vicina e prossima

Intervista con mons. Giampaolo Crepaldi

In molte diocesi si celebra la messa di Natale in fabbrica: un incontro richiesto e desiderato da molti imprenditori e lavoratori dipendenti. Come valutare questa scelta anche rispetto ad altre di segno opposto? Come tener conto di molti che vivono le difficoltà del precariato e della disoccupazione? Ne parliamo con mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, membro della Commissione Cei per la pastorale sociale e responsabile del gruppo del Ccee (Consiglio Conferenze episcopali europee) impegnato nell’elaborazione di un progetto per la Settimana Sociale europea.

La messa di Natale è desiderata in fabbrica mentre altrove sembra indesiderata…
"Viviamo spesso segni di rifiuto della presenza pubblica della fede cristiana e quindi è positivo che si facciano queste celebrazioni, e soprattutto che questo avvenga su richiesta di imprenditori e lavoratori, i quali cercano non certo ‘consolazione’ nelle difficoltà della crisi economica, ma forza morale e spirituale. È un segno positivo che il nostro popolo non ha cessato di guardare alla religione cristiana anche come fermento di civiltà, oltre che come viatico nelle difficoltà".

C’è anche il Natale dei disoccupati, dei precari, dei lavoratori a rischio, quale messaggio per loro?
"Il lavoro è un ambito fondamentale per trovare il senso della vita. Chi è disoccupato o è in una situazione lavorativa precaria perde la fiducia in se stesso e nella società, si sente colpito nella propria dignità di persona. Quando poi c’è alle spalle una famiglia, il disagio si approfondisce e rasenta l’angoscia. I problemi del lavoro vengono spesso affrontati solo con considerazioni sindacali o politiche, ma sotto c’è la concretezza delle persone, la vita, le difficoltà dell’esistenza. E il Natale è Dio che si fa carne per noi, è Dio che scende nel concreto delle nostre sofferenze e le condivide. Egli si fa vicino e prossimo. Il Natale non è favola ma storia viva, non è mito ma incontro tra Dio e uomo. Esso è, per questo, invito affinché anche noi siamo prossimi dei nostri fratelli e sappiamo in qualche modo incarnarci nella loro vita".

Sono i giovani a risentire maggiormente della crisi occupazionale, pensa che la pastorale giovanile debba essere più attenta a questa attesa, a questa sofferenza?
"La pastorale del mondo del lavoro talvolta non si incontra con la pastorale giovanile: procedono su piani diversi. Molti giovani oggi studiano e questo tende a far dimenticare che invece molti di loro lavorano e spesso in età precoce. Le statistiche parlano di giovani che rimangono tali fino ad età piuttosto avanzata perché si sistemano tardi, ma ci parlano anche di giovani che fanno precocemente le esperienze del lavoro, della precarietà e della disoccupazione. Le nostre parrocchie sono spesso frequentate prevalentemente da giovani studenti e questo può distogliere l’attenzione dai giovani lavoratori. Bisogna ricomporre il quadro e dare vita ad un pastorale del mondo del lavoro non solo nei luoghi di lavoro e di formazione al lavoro ma anche nelle parrocchie e nei movimenti".

Questo appuntamento di fede con il mondo del lavoro perché non sia un episodio a quali riflessioni deve portare la comunità cristiana sulle questioni sociali ed economiche?
"La pastorale del mondo del lavoro incontra oggi anche due altre difficoltà. La prima è relativa alle forze da mettere in campo. Nella scarsità di sacerdoti è piuttosto difficile trovare sacerdoti preparati che possano dedicarsi a tempo pieno a questa attività. La seconda è che la pastorale del lavoro ha ampliato la propria prospettiva divenendo pastorale sociale ed anche qualcosa di più. Questo è stato positivo, però ha anche reso più generici i nostri interventi pastorali. Bisogna riprendere una vera e propria pastorale del lavoro, in un contesto anche più ampio, ma senza che perda la propria specificità di linguaggio e di proposta. Questo renderebbe anche più continuativo il messaggio della Chiesa in questo mondo. Questo messaggio consiste nella comunicazione e incarnazione del patrimonio della dottrina sociale della Chiesa, che non è un insieme di interventi per organizzare in modo diverso il lavoro ma una rigenerazione dell’uomo che lavora. Naturalmente intendo qui il termine lavoro in senso ampio".

La Chiesa italiana si avvia a vivere l’impegno educativo come prioritario per il decennio appena iniziato. In che misura questo impegno coinvolge l’esperienza del lavoro?
"Non ci può essere impegno educativo che non tenga conto del mondo del lavoro, perché nel lavoro l’uomo si misura non solo con le ‘cose da fare’ ma con il senso di se stesso e della vita. Non dimentichiamo che Giovanni Paolo II considerava il lavoro la ‘chiave della questione sociale’. Il lavoro ha a che fare con la famiglia, prima di tutto, ma anche con la politica o la società, con il tempo libero e la cultura e con tutte le dimensioni comunitarie della persona. Agendo nel lavoro l’uomo costruisce se stesso insieme agli altri; ogni lavoro infatti è un lavorare con gli altri e per gli altri. Nel lavoro l’uomo fa esperienza della trascendenza e incontra Gesù Cristo, il figlio del falegname. Oggi il lavoro cambia, accentua la sua qualifica relazionale, ma come tale rimane una esperienza centrale della persona e, quindi, ad alto valore educativo o diseducativo".

Il lavoro è ancora un luogo educativo?
"Di fatto spesso non lo è. Già Leone XIII, scrivendo la ‘Rerum Novarum’, era preoccupato dell’ambiente morale che i lavoratori di allora trovavano nelle periferie delle grandi città, quando vi si recavano provenienti dalla montagna o dalla campagna. Egli temeva che i valori della tradizione cristiana venissero perduti. Anche oggi questo pericolo esiste, forse più di ieri. Il mondo del lavoro è spesso cinico e non aiuta le persone a comprendersi fino in fondo. Però è anche un ambiente in cui le qualità umane di una persona emergono con grande forza ed è impossibile nascondersi. Il lavoro mette vigorosamente alla prova la nostra umanità, la fa emergere, nel bene e nel male e quindi è senz’altro un fondamentale luogo educativo".