OSTAGGI ERITREI
Migrantes sulla tragedia richiamata dal Papa
"In questo tempo di Avvento, in cui siamo chiamati ad alimentare la nostra attesa del Signore e ad accoglierlo in mezzo a noi, vi invito a pregare per tutte le situazioni di violenza, di intolleranza, di sofferenza che ci sono nel mondo, affinché la venuta di Gesù porti consolazione, riconciliazione e pace". Ieri mattina, dopo l’Angelus, Benedetto XVI ha rivolto quest’appello alla preghiera pensando "alle tante situazioni difficili, come i continui attentati che si verificano in Iraq contro cristiani e musulmani, agli scontri in Egitto in cui vi sono stati morti e feriti, alle vittime di trafficanti e di criminali, come il dramma degli ostaggi eritrei e di altre nazionalità, nel deserto del Sinai".
"Il rispetto dei diritti di tutti ha sottolineato il Papa è il presupposto per la civile convivenza. La nostra preghiera al Signore e la nostra solidarietà possano portare speranza a coloro che si trovano nella sofferenza". "Il dramma dei 250 eritrei schiavi nel Sinai non è un episodio isolato, ma la seconda tappa di un percorso che ha visto prima il respingimento in mare, la reclusione nei campi libici, la fuga", spiega mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes (www.migrantes.it). "Mentre la Migrantes aggiunge mons. Perego si augura che l’impegno anche del ministero degli Esteri italiano, unitamente alla sensibilità di molti politici dei diversi schieramenti, possa portare alla soluzione il dramma dei 250, si ritorni a riflettere sull’impegno non estemporaneo per la tutela dei richiedenti asilo e dei profughi nel nostro Paese, radicalmente saldato su una legge sull’asilo che ancora manca in Italia e con una programmazione di servizi non occasionale e discrezionale come oggi avviene con lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) ma strutturale a una politica delle migrazioni in Italia". "Gli occhi di tutti puntati sui giovani eritrei, uomini e donne, schiavi nella terra di Abramo conclude mons. Perego non può non fare sperare in una ‘liberazione’ che sia il risultato di un impegno comune per la tutela della dignità delle persone in fuga da una guerra e da una dittatura dimenticata”.