IRAQ
Le testimonianze dei feriti della chiesa siro-cattolica di Baghdad
La fede come unico appiglio, come ancora di salvezza per fronteggiare un destino che sembra accanirsi crudelmente portandosi via affetti, persone, ricordi, persino il futuro. È la testimonianza dei feriti della chiesa siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad del 31 ottobre scorso ricoverati presso il Policlinico Gemelli di Roma dove sono giunti nella tarda serata del 12 novembre, a bordo di un aereo messo a disposizione dal ministero degli Esteri. 26 persone in tutto, più 21 accompagnatori, tra loro diverse donne e bambini.
Fede e dolore. Il SIR li ha incontrati durante l’orario di visita al Policlinico, insieme al procuratore caldeo presso la Santa Sede, padre Philip Najim. I loro volti non nascondono il dolore di quella tragedia, in cui rimasero uccisi oltre 50 fedeli, convenuti per la messa domenicale, ma nemmeno la gratitudine per questo gesto di accoglienza che oggi li vede curati e assistiti nel nosocomio romano. I loro racconti ripartono da quella domenica 31 ottobre, quando, ricorda N.A., falegname di 55 anni, padre di due figli, "nel pomeriggio, mentre stavamo partecipando alla messa, abbiamo sentito dei colpi d’arma da fuoco provenire dall’esterno. Abbiamo chiesto al celebrante se dovevamo lasciare la chiesa ma ci è stato detto di restare all’interno perché forse poteva essere più sicuro. I terroristi, piuttosto giovani, sono penetrati in chiesa sparando all’impazzata, dopo aver fatto esplodere una macchina all’esterno. Uno dei terroristi ha cercato, senza riuscirvi, di farsi esplodere in prossimità dei fedeli che cercavano riparo, prima di essere colpito dai cecchini iracheni". Al dolore delle perdite di amici e parenti si somma anche l’assurdità di gesti del genere, incomprensibili per chi "ha sempre convissuto con sciiti e sunniti. Abbiamo passato le nostre vite insieme per decenni afferma N.A. , condiviso momenti belli e brutti. Chi compie questi atti malvagi non è iracheno. Sono terroristi di Al Qaeda che seminano terrore e divisione nel popolo, coloro che ci hanno colpito non erano iracheni, erano arabi che ci hanno insultato dicendoci ‘sporchi cristiani, infedeli’. So che ci sono tanti musulmani che ci vogliono bene. Ci rispettiamo a vicenda partecipando gli uni delle feste degli altri. I nostri fratelli islamici sanno bene che noi cristiani siamo i primi abitanti di questa terra. Un riconoscimento che ci è giunto anche da esponenti politici come Allawi. Tuttavia non basta per consegnare un futuro all’Iraq, dove manca lavoro, servizi. Stiamo andando avanti spendendo i risparmi di una vita di lavoro. In questi momenti è la fede che mi sostiene e mi fa andare avanti. Non so se resterò in Iraq o se andrò via, la speranza nel futuro vacilla ma mi tiene in piedi la fede in Dio".
Guarire per dimenticare. In una camera poco distante riposa N.Y., 76 anni, pensionato, una vita spesa a lavorare come contabile in filiali irachene di aziende americane e giapponesi. Si lamenta delle poche medicine prescritte dai medici italiani. Ci mostra una gamba tumefatta e piena di tagli, "sono schegge di vetri e di legni provocate dagli spari dei terroristi spiega in perfetto inglese . Ho bisogno di guarire in fretta anche per dimenticare quei momenti drammatici. La messa era da poco cominciata e subito si sono sentiti spari. Una volta entrati gli attentatori hanno chiuso la chiesa dall’interno. Uno dei sacerdoti ha cercato di fermarli dicendo che quella era la casa di Dio, ma gli hanno sparato senza pietà. Abbiamo cercato riparo dove possibile, chi dietro l’organo, chi in sagrestia. Io sono rimasto steso a terra, pancia sotto, per quattro lunghissime ore, fingendo di essere morto. Uccidevano soprattutto uomini, ma non hanno risparmiato donne e bambini, i terroristi sparavano raffiche di mitra contro ogni cosa che si muoveva. Non vedo un futuro certo per l’Iraq – aggiunge , troppe le pressioni politiche dei Paesi circostanti, per questo ho deciso di andarmene, spero in Australia o forse negli Usa. Conosco la lingua e la loro cultura, penso potrei integrarmi facilmente. Non c’è futuro per nessuno, nemmeno per i più giovani, tanto più se cristiani. Chi ha un nome cristiano non ha molte possibilità di trovare un lavoro. Intanto ringrazio Dio per avermi salvato da quella strage, la fede è il mio unico sostegno".
Fidarsi di Dio. Anche R.T., 21 anni, pensa di andare via dall’Iraq. Non era in chiesa quel giorno durante l’attacco di Al Qaeda, c’era invece sua madre, ora ricoverata al Gemelli e suo fratello che invece è morto tra le braccia della madre che gli sedeva a fianco. "L’unico motivo per andare avanti dice è la fede in Dio. Non riesco a trovare altri motivi, in Iraq non c’è lavoro, non c’è sicurezza, non ci sono servizi. Un giovane non riesce a trovare lavoro perché il Governo non investe. Non riesco a capire perché ce l’hanno con noi cristiani, i motivi di così tanta violenza; sono sempre più convinto di costruirmi una vita fuori, qui è impossibile. Ma forse ci sono motivi politici sotto ogni cosa e chi commette questi assassinii non è iracheno". "Ho visto mio figlio morire tra le mie braccia, ucciso nel luogo della pace e della riconciliazione come è una chiesa interviene la madre di R.T. mi resta la fede per resistere, per andare avanti e sperare". "Eravamo in chiesa con tutta la mia famiglia, 9 persone in tutto, all’improvviso numerosi colpi di arma da fuoco. Tutti i miei parenti sono rimasti uccisi, tra questi mio fratello, i suoi figli, uno dei quali sposato con la moglie in attesa di un bambino, tutti morti. Sono rimasta sola racconta con voce strozzata, R.H., pensionata, distesa sul suo letto, colpita gravemente alla gamba tutto quello che era la mia vita oggi non esiste più". Per l’Iraq R.H. non nutre molta speranza di rinascita, "il Paese è ormai diviso e sarà difficile ricomporlo". "Emigrare? Per andare dove? Non ho più nessuno, mi resta solo la mia fede. Ringrazio il Signore per il dono della vita ma questa è la volontà di Dio e questa va accettata. Bisogna fidarsi di Dio, sempre!".