NOTA INTERNAZIONALE
Brasile, Venezuela, Perù e Stati Uniti dopo il voto
Si è concluso con il voto del 2 novembre un intenso periodo elettorale in tutta l’America. A Sud le elezioni generali in Brasile e quelle legislative in Venezuela, oltre a quelle amministrative in Perù. Nel Nord le elezioni di "mid-term", il rinnovo legislativo che corrisponde a metà mandato del presidente.
Forse complice la condizione economica, più leggera al Sud che al Nord, in Venezuela e Brasile è prevalso un voto responsabile e moderato, mentre negli Usa la campagna elettorale è stata occasione per lo sfogo di tensioni non raramente volgari e preoccupanti. Proviamo a sintetizzare quanto è accaduto.
In Venezuela Chavez, che governa da molti anni il Paese con uno stile paternalista che unisce politiche sociali in favore dei più poveri con una concentrazione del potere nelle proprie mani degna di un "caudillo", non ha ottenuto nelle Camere la maggioranza che auspicava. Dopo essere praticamente scomparsa dal Parlamento boicottando le scorse tornate elettorali nell’estremo tentativo di delegittimare Chavez, l’opposizione venezuelana è riuscita a comporre una lista che ha raccolto qualcosa in più del 50% dei voti. A causa del meccanismo di rappresentanza basato su collegi uninominali, Chavez ha ottenuto comunque la maggioranza dei seggi, ma lontana dai due terzi in cui sperava per poter governare senza preoccupazioni. In questi cinque anni, proprio l’assenza di opposizione aveva fatto sì che il governo ottenesse sulle proprie proposte la maggioranza qualificata che gli consentiva procedure di approvazione semplificate. Ora si dovrà tornare ad un dibattito parlamentare trasparente che tutti considerano salutare e che permetterà di dare maggiore pubblicità ad alcuni nodi legati alla gestione Chavez, prima fra tutti la corruzione nel sistema pubblico che ha fortemente pesato nelle scelte degli elettori. Mentre il Venezuela riprendeva il passo democratico il Brasile entrava nel dopo-Lula. Il presidente brasiliano nei dieci anni della sua responsabilità ha promosso una serie di riforme che hanno avviato un cambiamento importante, dimostrando una rara capacità di unire un gigante come la nazione brasiliana, consentendo il dibattito democratico e affrontando senza infingimenti le questioni più delicate, dalla povertà ai casi di corruzione denunciati anche nel governo. Non tutto è stato risolto durante i due mandati di Lula: la povertà è ridotta ma non eliminata, il debito non è più la drammatica emorragia finanziaria di dieci anni fa, ma rimane ancora presente come una spada pronta a colpire alla prima leggerezza di bilancio. Anche la coalizione di governo ha subito uscite illustri, ma non vi è dubbio che sotto la guida di Lula sono state promosse iniziative realmente nuove, come il programma Fame Zero, che hanno creato spazi nuovi di partecipazione e dato una svolta al Paese. Oggi i brasiliani votando Dilma Roussef hanno eletto "la donna di Lula" come bonariamente hanno detto alcuni elettori intervistati dalla tv brasiliana, del tutto inconsapevoli del contenuto volgare e triste che una formula di questo tipo avrebbe potuto avere in Italia. La Roussef infatti è stata in questi anni la principale collaboratrice di Lula al governo e ne rappresenta la convinta continuità.
In chiaro-scuro il risultato di voto negli Usa. La crisi economica, insieme ai tabù toccati da Obama, hanno dato vita ad una delle campagne elettorali più volgari degli ultimi decenni. Sono state rivolte accuse all’amministrazione senza capo e coda, come quella che la riforma sanitaria costerebbe miliardi in più nel bilancio federale (quando compone spesa pubblica e privata distribuendo i costi su un numero maggiore di assistiti e rendendola più prevedibile e contenuta del passato). Il movimento del Tea Party ha unito qualunquismo a emotività sotto la guida della ex candidata alla vicepresidenza Sarah Palin, nota per le incredibili gaffe, irrise dai numerosi siti internet dedicati ai "palinism", icona dell’ignoranza in politica. In una campagna elettorale che ha parlato più alla pancia che alle intelligenze e ai cuori, Obama va meglio di quanto fosse stato pronosticato. Perde la Camera ma non il Senato, con un risultato migliore di quanto avvenuto in passato quando le elezioni di "mid term" bilanciavano il potere del presidente dando la maggioranza al partito di opposizione. E non sono mancate, nella sconfitta, successi democratici rilevanti, come quello in California per il dopo-Schwarzenegger o di Cuomo a New York.
Ora si avviano i due anni finali del primo mandato di Obama. Troverà un Paese più diviso, ma i primi risultati della riforma sanitaria e, speriamo, la ripresa economica potrebbero essere occasione di ricomposizione. Senz’altro dovrà parlare col Sud, dove dialogo e integrazione sembrano la cifra di un’America Latina che, anche per questo, non ha subito il peso della crisi. Forse non è un caso che le elezioni nel Nord e nel Sud siano state contemporanee. Forse davvero, per trovare una guida, questa volta bisogna guardare a Sud.
Riccardo Moro