MEDIA ED ETICA

Quale rispetto per Sarah?

Anche il pubblico ha una sua responsabilità

Poteva la triste storia di Sarah Scazzi subire un trattamento mediatico diverso da quello che le è stato riservato? Sì, secondo le regole del buon senso. No, in base alle leggi dell’audience e del mercato della comunicazione di massa. Giornali e tv non hanno lesinato. Ha destato scandalo soprattutto il momento più drammatico della vicenda, quando Federica Sciarelli, giornalista conduttrice di "Chi l’ha visto?", ha informato in diretta televisiva la madre della ragazza che lo zio ne aveva confessato l’assassinio e che era stato trovato il luogo in cui l’omicida aveva nascosto il cadavere.
Con il senno di poi, è facile dire che la Sciarelli avrebbe dovuto sospendere immediatamente il collegamento e consentire alla donna e ai famigliari di Sarah di apprendere a telecamere spente la notizia che non avrebbero mai voluto sentire: la ragazza è stata uccisa. Ma la conduttrice si è limitata a chiedere in diretta alla madre cosa volesse fare e la donna non ha avuto la prontezza di sottrarsi all’occhio onnivoro della televisione. Così è andata in onda la morte in diretta: per la madre, per i famigliari, per gli amici e per il pubblico che ha seguito la vicenda, Sarah è morta in quel momento, quando è stata annunciata la tragica svolta nelle indagini. In tempo reale.
Non è il primo caso (c’è da temere che non sia nemmeno l’ultimo) di un genere diffuso, che ha origini ormai lontane: chi non ricorda il racconto della morte di Alfredino Rampi, caduto in un pozzo artesiano e da lì non uscito più vivo? Era il 1981, RaiUno e RaiDue trasmisero per 18 ore a reti unificate un collegamento che doveva servire a raccontare il salvataggio del bambino; invece una serie di imprevisti tecnici e alcune manovre di recupero azzardate non permisero di chiudere con un lieto fine. La diretta documentò gli inutili sforzi dei soccorritori, la progressiva agonia del bambino che parlava dal fondo del pozzo con voce sempre più debole, lo sconforto dei genitori e dei famigliari impietriti e impotenti di fronte alla tragica realtà che si stava materializzando di fronte ai loro occhi e a quelli di milioni di telespettatori.
Quella stessa impotenza e un’analoga incapacità di reagire le abbiamo viste sul volto terreo della madre di Sarah, inquadrata in primo piano dalle telecamere della Rai, mentre le veniva comunicata la notizia ferale. Così si è chiuso – tragicamente – il cortocircuito mediatico innescato inevitabilmente dalla scomparsa della ragazza e alimentato dalla costante presenza della madre e dei famigliari davanti a microfoni, telecamere, registratori e taccuini dei giornalisti.
Ancora una volta è stata varcata la soglia di un confine già più volte violato. Anche l’incursione nella sfera privata e personale di Sarah, peraltro utile agli inquirenti nelle indagini, è stata per i media fonte di ulteriore sensazionalismo spettacolare. Sarebbe stata da evitare, così come è stato esecrabile l’accanimento degli inviti verso le figlie dello zio colpevole, alla caccia di una loro dichiarazione sull’accaduto. Sono tutte derive di un modo di fare informazione che puntualmente disconosce nei fatti le regole di base della deontologia professionale.
Anche il pubblico ha le sue responsabilità. È un controsenso gridare allo scandalo da parte di chi non si è perso nemmeno una frazione di secondo della trasmissione in questione o non ha tralasciato una riga degli articoli giornalistici che giorno per giorno hanno raccontato gli sviluppi più morbosi della vicenda. Se siamo pronti a scandalizzarci per la cinica invadenza dei media di fronte a una tragedia, dobbiamo essere i primi a boicottarli quando alzano il livello emotivo saccheggiando a mani basse i sentimenti dei diretti interessati e il senso di pietà di un pubblico sempre più incapace di reagire a tono di fronte allo sciacallaggio del dolore altrui.   Marco Deriu