CHIESA E MEDIA

Un nuovo orizzonte

Benedetto XVI alla stampa cattolica

“Un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione, che in essa vi entrino, che sappiano bene dove si ergono, che sanno cosa credono e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere”.
Le parole di John Henry Newman, citate da Benedetto XVI nel giorno della beatificazione del cardinale inglese, si possono ritrovare tra le righe del discorso del Papa ai partecipanti al congresso sulla stampa cattolica tenutosi in Vaticano dal 4 al 7 ottobre per iniziativa del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali.
Questo ritratto di laicato, che ha i colori del Concilio, emerge con chiarezza là dove Benedetto XVI afferma che “la ricerca della verità deve essere perseguita dai giornalisti cattolici con mente e cuore appassionati, ma anche con la professionalità di operatori competenti e dotati di mezzi adeguati”. E aggiunge il Papa: “Ciò risulta ancora più importante nell’attuale momento storico, che chiede alla figura stessa del giornalista, quale mediatore dei flussi di informazione, di compiere un profondo mutamento”.
Il primo e più difficile mutamento è sempre quello interiore, investe la coscienza, si richiama all’etica di una professione e si alimenta di un pensiero alto.
L’accento viene quindi posto su chi opera nei media ancor prima che sul mezzo: si ripete – forse anche troppo – che dipende dal primo l’utilizzo positivo o negativo del secondo.
Alle opportune considerazioni e analisi sugli antichi e nuovi media e sul loro intrecciarsi occorre affiancare e rafforzare la riflessione sulla persona: il soggetto principale, insostituibile e, a differenza delle tecnologie, antico e insieme nuovo.
La parola chiave è dunque la persona nel suo essere da una parte o dall’altra dei media.
La diversa collocazione rimanda ovviamente a una diversa responsabilità.
Benedetto XVI ne tiene conto nel sottolineare che “le nuove tecnologie assieme ai progressi che portano possono rendere interscambiabili il vero e il falso, possono indurre a confondere il reale con il virtuale. Inoltre la ripresa di un evento lieto o triste, può essere consumata come spettacolo e non come occasione di riflessione”.
Il comunicatore non può ignorare il rischio: la sua coscienza professionale, se non ha sostituito i riferimenti morali ed etici con altri, non può che inquietarlo nella ricerca della verità.
In realtà il corso della comunicazione sembra oggi dirigersi altrove, ma di fronte a una deriva non basta lamentarsi, denunciare o assumere un atteggiamento difensivo o di rigetto.
La stampa cattolica, dice Benedetto XVI, ha un compito attuale e importante in un contesto che vede “moltiplicarsi antenne, parabole e satelliti divenuti quasi gli emblemi del nuovo comunicare” e questo compito è “percorrere la strada maestra della verità” con la parola scritta.
Il tempo della lettura “lenta”, che porta alla riflessione, deve coniugarsi con il tempo dell’informazione “veloce”.
Non una contrapposizione tra l’uno e l’altro ma una postura culturale per abitare con dignità e serenità la mediasfera.
Nell’auspicato dialogo tra le diverse tecnologie Benedetto XVI non a caso afferma che una strada nuova per la comunicazione sarà possibile a patto che colui che comunica abbia “forte in sé l’opzione di fondo che lo abilita a trattare le cose del mondo ponendo sempre Dio al vertice della scala dei valori”.
E se importante è il compito del comunicatore non meno importante è quello dei suoi interlocutori che spesso si trovano culturalmente disarmati e soli di fronte al potere mediatico.
In questa prospettiva l’intuizione della Chiesa italiana con la figura dell’animatore della cultura e della comunicazione, con il suo servizio alla persona e alla comunità, si rivela più che mai “profetica” e si va a collocare, anche alla luce delle parole di Newman, in un orizzonte educativo che é un orizzonte di speranza.

Paolo Bustaffa