BENEDETTO XVI E NEWMAN
La verità cercata, la verità incontrata
Proprio alla vigilia della beatificazione del cardinale John Henry Newman guardavo il Mediterraneo davanti a Siracusa, con un gruppo di giovani giornalisti impegnati in alcune giornate di studio.
Non senza un motivo.
Nel 1833 Newman, "questo Ulisse cristiano" spinto da "un insopprimibile desiderio di verità", come Giovanni Paolo II scriveva nel 1990 all’arcivescovo di Birmingham, aveva attraversato il nostro mare e si era fermato in diverse città della Sicilia, compresa Siracusa.
In navigazione nelle acque italiane, dopo una grave malattia e mentre grandi cambiamenti avvenivano nella sua vita, aveva iniziato a comporre "Lead kindly light" ("Guidami luce gentile"), la preghiera-poesia che come un leggero sottofondo musicale ha accompagnato nei giorni scorsi le parole di Benedetto XVI pellegrino in terra inglese.
Al rientro a Roma, "Lead kindly light" risuonava di nuovo nella mente a santa Maria in Vallicella dove riposa san Filippo Neri la cui "gentilezza", cioè lo stile e il metodo del suo insegnamento, affascinò a tal punto Newman da fare sua l’esperienza dell’Oratorio.
Pochi passi più avanti, nella piazza che è abbraccio alla città e al mondo, quella che si potrebbe definire la preghiera sull’acqua del cardinale inglese rimandava a Pietro che nella sua prima lettera chiede ai cristiani di dire le ragioni della speranza che è in loro "con dolcezza, rispetto e retta coscienza".
Parole, queste, che ritmano il cammino della Chiesa italiana dal convegno di Verona 2006.
Un filo di pensieri semplici univa così, nell’agenda di uno "storico dell’istante" qual è un giornalista, il succedersi di momenti, l’accostarsi di volti, il susseguirsi di parole e silenzi.
Un percorso che raggiungeva Benedetto XVI nel suo parlare di Newman, della sua passione per la verità e per la coscienza, per "il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimo".
È il Concilio Vaticano II a dare questa definizione al luogo interiore dove la verità cercata diventa nella rettitudine la verità incontrata.
Le immagini hanno fatto sempre percepire questo messaggio, questa "Luce gentile", nel viaggio apostolico di Benedetto XVI nel Regno Unito.
Soprattutto quelle del volto di un Papa che, sospingendo i pensieri dell’uomo alle "altezze di Dio" come sempre ama fare, ha trasmesso il suo amore per quella verità che Newman definiva "l’amica più cara".
Così "cara" da volere sulla sua tomba la scritta "Ex umbris et imaginibus in veritatem" (Dalle ombre e dalle immagini alla verità).
Parole che Benedetto XVI pone, con un linguaggio sempre più atteso e compreso, come un segnale indicatore sulla strada dell’uomo. Parole dette per ricordare che Dio è la "Gentilezza" che guida e anima la storia.
Così anche sulle strade del Regno Unito ha fatto prendere consapevolezza, che il "successo" di un viaggio apostolico non è da leggersi solo con le pur necessarie e utili categorie umane. È la conferma della presenza di Dio nella storia, un Dio che mai si stanca di parlare all’uomo e lo sorprende per la diversità e la fantasia dei linguaggi. Come è accaduto anche dal 16 al 19 settembre 2010.
Paolo Bustaffa