BIOETICA
Il senso dell’umano e le sue “declinazioni”
"Recuperare il senso umano è decisivo, se la bioetica si costituisce come spazio razionale": lo ha detto mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto, aprendo il 10 settembre nella diocesi siciliana il primo Convegno internazionale di bioetica, sul tema: "Senso umano e bioetica clinica: pensare la sofferenza nella dimensione della complessità" (cfr SIR 60/2010). Secondo il vescovo, "noi oggi abbiamo bisogno di essere aiutati a formulare un giudizio razionale, cioè potentemente umano, sui casi della vita", in un momento in cui "la tecnologia applicata alla vita sta creando un sentimento dell’umano che potrebbe in futuro rivelarsi disumano: un senso che non coglie l’umanità dell’uomo, non rispetta la sacralità della vita e si incammina sulle vie del riduzionismo antropologico". "A fondamento della dignità della persona ha ammonito mons. Staglianò c’è una dimensione trascendente, per cui l’uomo non è manipolabile, strumentalizzabile, non può essere mai reso oggetto, perché anche quando lo è la sua soggettività non sparisce, resta, anche nei suoi aspetti più infinitesimali. Una società che permette di usare il corpo come oggetto di scambio rischia di avviare alla barbarie".
Non "feto", ma "concepito. "Il concepito è già con noi: non è un feto, un embrione, uno zigote. Siamo persona già nel primo momento in cui due persone si sono unite". A proporre di "mettere al bando" la parola feto è stato Pierluigi Bruschettini, docente di pediatria all’Università di Genova. "La nascita è un mistero che, con l’ecografia, appare sostenuto dalla realtà che emerge dalle immagini. Grazie ad essa possiamo accorgerci che c’è una persona, ma anche se c’è sofferenza, e in questo caso capire cosa possiamo fare per ridurla o eliminarla". Il relatore si è soffermato soprattutto sulla stretta relazione tra l’ecografia e l’immaginario della madre e del padre: "C’è un forte condizionamento delle immagini ecografiche, che fortificano il rapporto con la persona che sta per nascere. Le immagini tratte dal segreto del ventre materno, e rimaste inaccessibili per secoli, modificano la percezione sociale del periodo prenatale". L’ecografia, inoltre, "ci ha dimostrato che il parto è l’esito, non l’inizio di un’esistenza": di qui il "mutamento epocale", per cui "la nascita è l’esito di quello che abbiamo vissuto dal concepimento alla nascita, ma anche da fattori genetici e elementi ancestrali che condizionano la nostra vita già prima del concepimento".
I media e il "principio di responsabilità". "La rete offre nuove opportunità di esperienza nella forma di tematizzazione e condivisione di vissuti legati all’esperienza della nascita, della malattia, della morte di persone care, che consentono la comunicazione e la condivisione a partire dal riconoscimento del valore esistenziale, per quanto a volte drammatico, delle esperienze personali legate alla vita". Lo ha detto mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali. "Culturalmente", però, per il relatore assistiamo alla "rimozione" della sofferenza e della morte, "con effetti di distorsione sul significato dell’esistenza che vanno ad alimentare il senso di vuoto, disorientamento, stordimento attraverso diverse tecniche". Un "tentativo sistematico di rimozione", questo, "evidente anche nella non rassegnazione all’invecchiamento, combattuto con tutte le tecniche possibili – dalla cosmetica alla chirurgia plastica alla sostituzione di organi – e con effetti anche grotteschi in termini di dignità della persona". Ma "rifiutare la sofferenza e la morte significa anestetizzarsi", ha ammonito mons. Pompili, mettendo in guardia anche dalla "immunità etica" della tecnica, "in nome di una progressione legata solo alla legge intrinseca della possibilità". Per quanto riguarda il rapporto tra la bioetica e i media, "il richiamo all’importanza del principio di responsabilità nel dibattito bioetico è fondamentale e non può essere disgiunto da quello di libertà e di possibilità". Solo in questo modo, per il relatore, la bioetica diventa un possibile "luogo di incontro tra credenti e non credenti, tra coloro che hanno a cuore le sorti dell’uomo". A patto, però, che i media sappiano produrre "una informazione complessa e non banale" ed accettare la "dialettica tra dubbio e certezza, senza la quale si rischia di cadere nell’intolleranza, sia del fondamentalismo laico, sia del fondamentalismo religioso". In prevalenza oggi i media, invece, "seguono una logica dell’aut aut e continuano a schiacciare la complessità in alternative escludentesi, forzando prese di posizione che diventano sempre contrapposizione ad altro. In questo senso la parola dei media è spesso dia-bolica, poiché ha come fine la divisione che, se poi degenera in polemica e rissa, produce audience".