settimana sociale

Credito è speranza

A Bari convegno su finanza e bene comune

Un focus sulla finanza e sul credito come strumento di "speranza". Si colloca in quest’orizzonte il seminario "Credito è speranza. Fare banca per costruire il bene comune", organizzato oggi (10 settembre) a Bari dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, dall’arcidiocesi di Bari-Bitonto e da Federcasse (associazione delle Banche di credito cooperativo e Casse rurali italiane) in preparazione alla Settimana Sociale di Reggio Calabria. Sull’argomento, e sul significato del credito come "speranza", il SIR ha incontrato Simona Beretta, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani.

Il ruolo delle banche negli ultimi anni ha conosciuto molte ombre (speculazioni, subprime ecc.). È possibile tornare a una visione di banca che costruisca il bene comune?
"Il mondo dell’attività bancaria e finanziaria ha attraversato numerosissime crisi e possibilità di abuso: le ombre, quindi, non sono un tratto solo degli ultimi anni. Ciò premesso, è assolutamente indispensabile tornare a una visione di banca che costruisca il bene comune, perché il credito di per sé è un bene, in comune tra il risparmiatore – che così ha modo di metter a frutto ciò che ha deciso di non consumare – e colui che prende il denaro, con il quale può ottenere risultati importanti per la propria vita, la creazione di occupazione ecc. Il credito è stato inventato dagli uomini per affrontare problemi che solo in comune potevano risolvere".

Come tornare a questa prospettiva?
"La priorità maggiore oggi è la formazione di chi si occupa di finanza, come pure degli studenti che si stanno preparando a una professione che abbia a che fare con la finanza. L’attuale momento di crisi riposa su un dato culturale, su come è stata concepita la finanza negli ultimi 20-30 anni: un’attività sui generis, un mondo che crea denaro per mezzo del denaro. Questa cultura è da smantellare, sostituendola con un’altra legata alla vita quotidiana, consapevole che il credito è un bene comune quando costituisce l’occasione perché bisogni diversi e complementari s’incontrino".

Quali coordinate dovrà avere la finanza di domani?
"Facciamo in modo che circoli l’idea secondo la quale fare il banchiere significa andare in giro per il mondo a cercare occasioni d’investimento in opere che creano occupazione, sviluppo, e anche profitti. Può essere scomodo, ma è la vocazione originaria di questo mestiere, ed è indispensabile già per una buona finanza oggi, prima ancora di domani. Un compito, questo, che chiama in causa innanzitutto la formazione dei giovani".

Si sta registrando un cambio d’attenzione, a livello accademico, negli insegnamenti economico-finanziari?
"Non posso dare una risposta a livello assoluto: di sicuro avverto tra gli studenti l’esigenza di ragionare su quanto è accaduto in questi anni. I giovani non si accontentano di sapere quanti tipi di contratti derivati esistono. E la finanza non è solo quella insegnata nelle università anglosassoni, e pure in Italia, negli ultimi trent’anni".

Ricordando anche la presenza dei cattolici nella nascita e nello sviluppo del sistema bancario, quale ruolo possono avere oggi i cristiani in un’economia e una finanza rivolte al bene comune?
"I cristiani devono essere presenti con la ragione e con il cuore nella concretezza del mondo della finanza, facendo proprio quell”amore intelligente’ di cui parla Benedetto XVI nella Caritas in veritate. Ricordando, tuttavia, che il loro ruolo è quello di ogni persona di buona volontà, ossia definire e rispettare dei limiti. In questo senso, no alla spersonalizzazione esasperata nella concezione e nella pratica della finanza: pensare solo a mercati che siano anonimi porta danni. Sì, invece, a una finanza sussidiaria: la vicinanza favorisce lo sviluppo della fiducia, la circolazione delle informazioni, come pure il controllo, limitando le possibilità di frode. Sì, inoltre, a realtà che facciano finanza avendo un legame con il territorio".

A volte si sente dire che le banche "prestano i soldi a chi già li ha". È possibile superare i problemi di accesso al credito? È sufficiente parlare di microcredito?
"Il microcredito va guardato con gli occhi della ragione, non solo con il sentimento. Può essere un business molto interessante per gli istituti di credito, e per questo le banche lo osservano con interesse, ma non sempre produce sviluppo. Tutto sta nelle decisioni di chi fa microfinanza: non è di per sé una salvezza, ma dipende come viene erogato il credito e come lo utilizza chi lo riceve. Un microcredito ben fatto comprende, tra l’altro, una base formativa e gruppi di sostegno che affianchino colui che riceve il prestito, finalizzandolo allo sviluppo di un’attività".

"Credito è speranza". È veramente così?
"Sì, ma la parola speranza non può essere interpretata come qualcosa di sentimentale, bensì dev’essere una speranza ragionevole, coltivata con intelligenza. Ricordando che il credito serve a produrre sviluppo, non a combattere la povertà estrema".