calabria

Più forte è l’accoglienza

Intimidazioni: la cultura della gente non si inchina all’arroganza della ‘ndrangheta” “

In Calabria continuano gli atti di natura criminosa. A partire dallo scorso mese di gennaio con la bomba ad alto potenziale esplosa davanti all’ingresso dell’edificio che ospita la Procura generale e a poche centinaia di metri dal Palazzo di Giustizia. Qualche settimana fa una bomba davanti all’abitazione del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Ladro. E ancora intimidazioni al presidente della Giunta regionale e altri attentati e omicidi in diversi luoghi della Regione. "La mentalità mafiosa va cambiata radicalmente", ha detto recentemente al SIR mons. Vittorio Mondello, presidente della Cec (Conferenza episcopale calabra), aggiungendo che per fare questo "ci vuole una formazione culturale che deve partire dai più piccoli. I risultati arriveranno non subito ma tra diversi anni. Occorre cambiare gli uomini formando i nuovi".

Cosa succede? I recenti avvenimenti "sono gli ultimi colpi di una ‘ndrangheta ferita a morte, come pensano in tanti; o sono i primi scenari di un uso della ‘ndrangheta da parte dei cosiddetti colletti bianchi, che avvertono il rischio che diminuisca o crolli il loro potere nei gangli della società e delle istituzioni dello Stato?", si chiede don Filippo Curatola, direttore del settimanale "L’Avvenire di Calabria" (). "Una cosa é certa: che da una parte il governo attuale somma record su record in leggi, arresti, confische, operazioni delle forze dell’ordine contro la malavita organizzata; e dall’altra, che attentati e minacce proseguono perfino con fantasie e stili nuovi". La ‘ndrangheta – spiega don Curatola – è "un soggetto colpito da cancro, ormai in fin di vita, che non lascia eredi? O gli eredi sono nati da tempo e hanno già raggiunto la maggiore età? Una serie di domande, rispondere alle quali non è semplice: sia perché la realtà della malavita organizzata – pur nella ferrea linearità delle sue regole interne – è molto complessa; sia perché tutte quelle domande esulano in fondo da quella più importante. Ma la gente, la gente semplice, normale, quella della vita quotidiana, la gente che frequenta le nostre chiese, con chi sta? Con lo Stato o con la ‘ndrangheta? È chiaro che – di per sé – la risposta è scontata", aggiunge don Curatola: la gente "sta con lo Stato", "ama la civile convivenza, manifesta a favore della magistratura, aborrisce ogni tipo di violenza, non ce la fa a passare per mafiosa perché sente di non esserlo. Eppure porta dentro di sé, nel suo dna, qualcosa che deve condurre ad una riflessione approfondita". "E non vogliamo riferirci esclusivamente a ciò che la gente – tutta la gente del Sud – reca nel suo dna a partire da alcuni incontestabili scenari, che non trovano spazio sui libri dei nostri ragazzi, di quel modo in cui fu realizzata a suo tempo l’unità d’Italia", spiega ancora il direttore del settimanale cattolico, "ma vogliamo richiamare piuttosto un altro elemento, più antico e in qualche modo più forte, che si affaccia su un panorama impensato. Mi riferisco all’accoglienza".

L’accoglienza nel dna. "Non ci vuol molto a capirlo per chiunque si avventuri da queste parti da qualsiasi luogo del mondo provenga. Ma, l’accoglienza ha nella sua stessa struttura due elementi fondamentali: il rispetto dell’altro e il legame che con l’altro si crea. Il ‘rispetto’ e il ‘legame’. Se ci pensate – riflette don Curatola – il ‘rispetto’ e il ‘legame’ sono due elementi inesorabili della malavita organizzata. La malavita, in fondo, non fa che desumerli dal dna della gente. Che quei due elementi si aprano a scenari di civiltà o di violenza dipende da una molteplicità di fattori. Perché la malavita e la violenza non saranno distrutte, quando fossero messi in galera tutti i ‘ndranghetisti del mondo, ma quando – oltre a questo – il lavoro per i giovani del Sud non fosse una chimera, l’amministrazione della giustizia funzionasse, la burocrazia non soffocasse i diritti dei cittadini, lo Stato fosse presente come sostegno e non come un muro di fronte alle attese del cittadino, che non sarebbe indotto – nell’esasperazione – a rivolgersi a nessuno per ottenere quel che le leggi da se stesse consentono". Per don Curatola, è "un problema complesso: ma se non viene compiutamente affrontato, potremo avere le galere piene zeppe di mafiosi, ma avremo lo stesso una storia colpita dalla violenza".

Un supplemento di impegno. Di fronte allo scenario che vive attualmente la Regione – spiega Salvatore Martino, direttore della Scuola socio-politica della diocesi di Rossano-Cariati – è "chiaro che non basta solo l’azione repressiva, ma c’è bisogno di un supplemento di impegno da parte di tutti, per mettere in atto una vera e propria strategia di presenza delle istituzioni e dello stato sul territorio. Occorre convincere i cittadini che a governare è lo Stato e non la criminalità, e che la mafia non è l’unica ‘datrice di lavoro’". Per questo occorre "costruire presidi di legalità nelle città e nei territori. Occorre mettere in cantiere un’azione educativa e formativa che abbia come fine non la sola educazione alla legalità, ma l’abitare il territorio per riprenderne il controllo. Compito da affidare alla scuola, alle agenzie educative, alle associazioni, e a coloro che detengono autorità morale". Il cammino che sta realizzando in questo tempo di violenza e di prevaricazione la Chiesa rappresenta, per ciascuna comunità locale, "una sorta di viatico" – aggiunge Martino – in vista della prossima Settimana Sociale (14-17 ottobre), in cui si "spera" che la "questione Calabria" possa diventare "questione nazionale. Da soli i calabresi non possono uscire dalla morsa che si è creata. C’è bisogno di Stato, di istituzioni, di giustizia, e di solidarietà dal resto del Paese. Il timore di un federalismo inteso solo come tutela degli interessi locali – conclude – finirebbe con l’allontanare la Regione dalla comunità nazionale e consegnarla nelle braccia della criminalità".