MEDIO ORIENTE

Un soffio di speranza

L’accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah

L’accordo tra Hamas e Fatah, le due fazioni palestinesi impegnate dal 2007 in un conflitto che ha portato alla divisione politica e amministrativa tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania "è un passo positivo". È quanto afferma al SIR il direttore del Cipmo, Centro italiano per la pace in Medio Oriente, Janiki Cingoli, per il quale si è trattato di "una decisione necessaria anche se restano da chiarire alcuni aspetti". L’accordo, secondo quanto riportato dalla stampa palestinese, prevede, tra i vari punti, un governo di transizione fatto di "tecnocrati" e figure indipendenti, elezioni entro un anno (legislative, cioè del Consiglio nazionale palestinese, presidenziali e del parlamento dell’Olp, quello cioè rappresentativo anche dei rifugiati) e l’intesa sulla questione sicurezza e sul rilascio dei prigionieri politici da entrambe le parti. Fatah e Hamas si affrontarono con violenza nelle strade di Gaza nel giugno del 2007. Dal conflitto, costato la vita a circa 200 persone, uscì perdente la fazione guidata dal presidente palestinese Abu Mazen che parlò di "colpo di Stato". Dal canto suo Hamas parlò di "azione preventiva" per impedire a "elementi di Fatah" di abbattere con l’aiuto di Usa e Israele il governo del premier islamico Ismail Haniyeh. Due versioni inconcilianti che ora, grazie alla mediazione dell’Egitto post-Mubarak, hanno trovato, tra la sorpresa di molti, delle coincidenze.

La ricerca di un accordo. "Il mondo palestinese – spiega Cingoli – è rappresentato in grande misura da questi due movimenti, pensare che si possa fare la pace solo con una metà, ignorando l’altra è del tutto illusorio, non realistico". Tuttavia, per il direttore del Cipmo, sull’accordo pesano questioni non affrontate come quelle poste dai negoziati de La Mecca del 2007, siglati e poi disattesi da Hamas, ovvero, "il riconoscimento di Israele, la rinuncia alla violenza e il rispetto degli accordi precedenti". È vero anche che "da anni è stato detto ai palestinesi di Fatah di non fare l’accordo con Hamas se volevano negoziare la pace con Israele. Ma la ricerca di un accordo con i vari governi israeliani che si sono succeduti non ha portato a risultati".

Versante palestinese. A questo punto cosa potrebbe scaturire da questo accordo? Dal versante palestinese la riconciliazione Fatah-Hamas potrebbe giovare al piano biennale di Salam Fayyad, varato nel 2009, che punta a far funzionare ministeri, polizia e sistema fiscale, a costruire strade, scuole e fognature, in definitiva a far nascere lo Stato della Palestina. "L’accordo tra le due fazioni e il piano Fayyad – dichiara Cingoli – sono situazioni diverse anche se collegate. L’idea positiva del premier Fayyad, che dovrebbe trovare non a caso il suo approdo finale proprio a settembre di quest’anno, sta trovando attuazione solo in Cisgiordania dove sono concentrati la gran parte dei finanziamenti internazionali, circa 8 miliardi di dollari". Dal piano Fayyad, infatti, resta fuori Gaza dove "il Governo a guida Hamas, nato dopo il colpo di Stato nel 2007, fu isolato internazionalmente per la sua scelta di non rispondere alle condizioni poste dal Quartetto (Usa, Onu, Ue e Russia), che sono, in particolare, il riconoscimento di Israele e la rinuncia alla violenza". "Ora – fa notare Cingoli – l’accordo Hamas-Fatah non si esprime su nessuna di queste condizioni e sebbene l’accordo preveda una fase transitoria che dovrebbe durare 8 mesi, non si può non ricordare come nulla, in Medio Oriente, sia più stabile della transitorietà". Altro aspetto da verificare, per il direttore del Cipmo, è "come questo accordo si pone rispetto al piano arabo di pace e se quest’ultimo ha ancora una sua validità alla luce delle rivolte arabe. Siamo in una fase fluida e da queste questioni si determineranno gli eventi futuri – afferma Cingoli –. Israele ha preso la palla al balzo per dire che con questo accordo non c’è più interlocuzione e possibilità di negoziato che, tra l’altro, non è oggetto dell’accordo come dichiarato dal portavoce di Hamas".

Versante israeliano. Sul versante interno israeliano "nel breve termine la situazione di Netanyahu si fa più facile rispetto a 10 giorni fa, anche nei rapporti con l’opposizione Kadima che in una situazione come questa non può certo invocare negoziati di pace. Fra pochi giorni, poi, il premier si presenterà alle Camere unite a Washington, dove andrà su invito dei repubblicani, per dire che Israele vuole la pace ma questo accordo lo impedisce perché Fatah ha scelto Hamas. A medio termine, invece, si potrebbe profilare per Israele un accresciuto isolamento nel contesto mediorientale" che vede cambiamenti in Egitto, un tempo con Mubarak filo-Fatah e amico di Israele ed oggi "più riservato", e in Siria dove traballa il regime di Assad. Altra questione che dovrà chiarirsi sarà l’atteggiamento della comunità internazionale: a riguardo Cingoli dice di aspettarsi dagli Usa "una posizione attendista volta ad aspettare che si chiariscano gli eventi in atto. Gli sviluppi non sono positivi per Israele a meno che questi non lo inducano a cercare un accordo di pace".