GIOVANI E SOCIETÀ

Da onnipotenti a criminali

L’aggressione a due carabinieri a Grosseto

Ci sono immagini contrastanti che si rincorrono nel terribile fatto di sangue che ha visto protagonisti quattro ragazzi nel Grossetano, autori di una violentissima aggressione a due carabinieri feriti gravemente solo perché facevano il loro dovere. Giovani anche loro e per i quali speriamo una ripresa pronta.
Immagini contrastanti: da una parte, l’improvviso scoppio di violenza incontrollabile, poi l’impassibilità dei ragazzi aggressori subito dopo il fatto – così raccontano i testimoni – e la dichiarazione del gip che convalida l’arresto dell’unico maggiorenne: "Lucido e spietato". Dall’altra parte, ci sono altri racconti, di lacrime, di dichiarazioni disperate – "Abbiamo perso la testa" – di sconforto e disorientamento di quello stesso giovane "lucido e spietato" ormai in carcere.
Viene da pensare come per quei giovani, reduci da un rave party, ci sia stato un brusco salto tra piani diversi di realtà, come se improvvisamente, da un mondo illusorio, nel quale ci si poteva sentire onnipotenti, padroni delle cose e della vita, fossero piombati nel mondo reale, fatto di sofferenza, di limiti, anche dalle sbarre di una prigione.
Fa pensare questa doppia realtà, perché, al di là del fatto di cronaca, non è difficile ritrovarla nella vita quotidiana, normale, di tante persone e di tanti giovani anche se, fortunatamente, non sempre esplode nella violenza. Succede però che l’immaginario collettivo ci voglia un po’ tutti padroni del mondo, difficilmente consapevoli dei limiti che invece necessariamente ci sono all’agire e al pensare individuale. Successo, affermazione di sé, eccessi: quanti messaggi in questo senso suggestionano soprattutto i più giovani, fragili ben al di là della loro esuberanza fisica ed emotiva.
Succede non di rado che tanti nostri figli, allevati in ambienti protetti e ovattati – sono sempre "bravi ragazzi" – perdano l’orientamento, che non sappiano trovare la quadra tra le pulsioni forti che li agitano – come è giusto che sia per chi sta crescendo – e la strada spesso stretta che riserva la vita reale.
Il problema, allora, non è dire genericamente: "Colpa della società". Né si può e si vuole giustificare in alcun modo chi si rende responsabile di fatti tanto gravi. Piuttosto bisogna davvero riflettere una volta di più sui nostri modi di costruire le relazioni, di sottolineare le priorità, di individuare modelli. Sul nostro modo di educare. Con la consapevolezza che esistono responsabilità personali cui nessuno può sottrarsi, ma anche una responsabilità collettiva che è altrettanto decisiva e forse più difficile da risvegliare. Ma è condizione per guardare al futuro – e ai giovani – con più speranza.