150° UNITÀ D'ITALIA
Il contributo dei salesiani
"Vogliamo continuare a far parte di questa storia". Lo ha detto don Pasqual Chàvez Villanueva, rettor maggiore dei salesiani, intervenendo al seminario su "150 anni d’Italia e di presenza salesiana. Fare gli italiani… con l’educazione", svoltosi oggi a Roma, presso la Camera dei Deputati. Soffermandosi sulla "percezione intellettuale ed emotiva" che don Bosco ebbe in particolare della "gioventù abbandonata", il rettor maggiore ha osservato che la "forte sensibilità al problema dell’educazione", manifestata da don Bosco già a Torino, ricorda da vicino l’"emergenza educativa" segnalata dal Papa, secondo il quale "i problemi di oggi possono trovare una soluzione grazie a quel cambio di paradigma che è frutto dell’educazione, e non solo grazie a interventi politici". "Essere capaci di formare i nuovi italiani" è, dunque, un imperativo ancora attuale per i salesiani, a partire dalla consapevolezza che "la formazione è anzitutto formazione alla persona umana" e "formazione del nuovo cittadino", che "non cerca solo l’interesse personale, ma il bene comune", nell’ottica di "una cittadinanza attiva sempre più impegnata nel bene totale".
Una "doppia fedeltà". Il "modello" dell’educazione salesiana, secondo Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, è caratterizzato da una "doppia fedeltà", che consiste nel "dare a Cesare e a Dio quanto loro rispettivamente spetta". A partire dalla "questione giovanile", il modello salesiano si segnala "per l’anticipazione e l’attuazione concreta, nel primo Risorgimento, di alcuni valori fondanti della Costituzione e del secondo Risorgimento". "La formazione umana e cristiana che costituisce l’obiettivo della scuola salesiana, accanto alla dimensione religiosa ha spiegato il giurista si radica in una serie di valori profondamente laici ed espressivi della centralità della persona, nei termini in cui essa è proposta dalla nostra Costituzione: il principio lavorista, quello personalista, quello di eguaglianza e di pari dignità, quello di solidarietà, quello di sussidiarietà. Non si tratta solo, riduttivamente, di dare a Cesare ciò che gli spetta. Si tratta, piuttosto, di saper riconoscere e valorizzare concretamente la dignità del minore", attraverso un’intuizione di don Bosco che "ha trovato piena conferma sia nelle indicazioni proposte cento anni più tardi dalla Costituzione, sia in quelle poi riaffermate dalla Carta europea dei diritti fondamentali, in coerenza con le indicazioni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia".
Salvare le anime. "Salvare le anime", secondo il motto di don Bosco, significa "ricomporre frammenti di esistenze precarie in un progetto di vita capace di reintegrare i singoli soggetti in una dimensione comunitaria, rendendo possibile sentimenti di identità e di appartenenza". A soffermarsi sull’attualità del "principio unificatore attorno a cui si costruiscono le opere educative salesiane", "impastate profondamente" con la storia d’Italia, è stato Roberto Sani, ordinario di storia dell’educazione all’Università di Macerata. Don Bosco, ha sottolineato Sani, era consapevole di vivere in "una società in cui la dimensione religiosa non è più una dimensione naturale, ma va continuamente rifondata nelle coscienze dei singoli e nella comunità". In una città, come Torino, alle prese "con un pauperismo dai tratti muovi e sconosciuti", in cui "schiere di nuovi poveri arrivano dalle campagne per trovare in città mezzi di sussistenza", don Bosco percepì che "il disagio non è un fatto transitorio, ma uno dei tratti caratteristici della modernità". Il suo "ottimismo cristiano" lo spinse a "ripensare la fede e la tradizione educativa cristiana alla luce delle nuove sfide": l’oratorio diventò così, "molto prima della scuola, la principale e talora unica forma di accesso a una dimensione sociale più ampia di quella familiare".
Buoni cristiani e onesti cittadini. Come hanno fatto i salesiani, nei loro 150 anni di storia, profondamente intrecciata con la storia dell’Unità d’Italia, a formare dei "buoni cristiani e onesti cittadini", secondo l’auspicio del loro formatore? A fornire una risposta ampia e documentata sono due volumi: "Salesiani di don Bosco in Italia. 150 anni di educazione", a cura di Francesco Motto, e "Le Figlie di Maria Ausiliatrice in Italia. Donne nell’educazione", a cura di Grazia Loparco e Maria Teresa Spiga, presentati da Lucetta Scaraffia, docente di storia contemporanea all’Università "La Sapienza" di Roma. Due volumi che "servono a rivedere due pregiudizi", li ha definiti la storica: "Quello per cui i cattolici sono stati ‘esterni’ alla costruzione dell’Italia, e quello per cui gli ‘intransigenti’ fossero solo conservatori". "Gli italiani li hanno fatti in grandissima parte i salesiani, con la loro variegata presenza educativa", ha affermato la relatrice, citando la capacità del ramo maschile e femminile della Congregazione di "cogliere ogni situazione che dava la possibilità di intervenire in modo educativo per formare buoni cristiani e onesti cittadini".