CARD. GIUSEPPE SIRI

Protagonista della storia

Convegno sulla figura del primo presidente della Cei

La figura di Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987, cardinale dal 1953, primo presidente della Cei, scandagliata nei minimi dettagli. Questo lo scopo del convegno di studio "Giuseppe Siri. Chiesa, cultura, politica da Genova al mondo" che l’associazione culturale "cardinal Siri" ha organizzato a Roma da ieri (12 aprile) a venerdì 15 aprile. Aperto dal segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, il simposio – realizzato in collaborazione con la Società italiana per lo studio della storia contemporanea, l’Istituto Luigi Sturzo di Roma e il Dipartimento di politica, istituzioni e storia dell’Università degli studi di Bologna – prevede trenta relazioni di esperti e la partecipazione, tra gli altri, dei cardinali Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, Giovanni Lajolo, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo tribunale della segnatura apostolica, Raffaele Farina, bibliotecario e archivista di Santa Romana Chiesa, e di mons. Dominique Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede. Ad aprire i lavori oggi, invece, è stato il card. Angelo Bagnasco, successore di Siri come arcivescovo di Genova e presidente della Cei.

Indiscusso protagonista. Un "indiscusso protagonista della storia del Paese per alcuni decenni e, come tale, punto di riferimento e, insieme, segno di contraddizione", lo ha definito il card. Tarcisio Bertone. Sturzo e Siri, ha esordito, sono due ecclesiastici che "hanno dato un contributo di notevole livello alla vita della Chiesa e della società in Italia" e, a 150 anni dall’Unità dello Stato, vanno accomunati "al grande numero di quei ministri della Chiesa" verso i quali "l’Italia ha un debito di riconoscenza". "Durante gli anni del mio ministero pastorale a Genova – ha rivelato il segretario di Stato vaticano – sono stato testimone diretto di quanto sia stato forte il legame fra il cardinale e la città, di quanto profonda sia stata l’impronta che egli ha lasciato nella vita ecclesiale e civile genovese, di quanto vivi e diffusi siano il ricordo, l’ammirazione e l’affetto verso la sua figura anche dopo due decenni dalla sua dipartita".

Oltre i confini. Nello stesso tempo, Genova "fu per il card. Siri il punto di partenza per un’azione che è andata ben oltre i confini locali", e che si è manifestata "principalmente verso la Chiesa e la società in Italia, soprattutto come primo presidente della Cei e come presidente delle Settimane Sociali dei cattolici italiani". "Il suo ministero episcopale – ha ricordato il card. Bertone – si svolse negli anni della Guerra Fredda e dei blocchi contrapposti, ed egli ebbe un’attenzione particolare per la Chiesa e per i pastori nei Paesi dell’Est europeo". Senza contare "il legame personale e profondo con i pontefici da Pio XII a Giovanni Paolo II, che lo ebbero vicino come apprezzato collaboratore e interlocutore". "La comprensione delle persone e dei fatti del passato non può ignorare le convinzioni, soprattutto quelle religiose, che muovono tanti uomini e tante loro azioni", ha concluso il segretario di Stato vaticano; "ciò vale anche e, forse, soprattutto quando si prende in esame una figura come quella del card. Siri, uomo dalla fede granitica, che di tale fede fece il principio delle sue scelte".

Con gli occhi della fede. "Anima di Dio", "padre dei suoi preti", "grande pastore" con "un’attenzione peculiare per il mondo del lavoro" sono le tre dimensioni ricordate dal card. Angelo Bagnasco. Dapprima il versante spirituale: il card. Siri "affrontava ogni argomento, sia di ordine ecclesiale, sia di ordine civile e pratico, dal punto di vista della fede". "Il senso dell’eternità, del destino ultimo era presentissimo in questo pastore della Chiesa", ha richiamato Bagnasco invitando a "recuperare quest’attitudine interiore" che è stata erroneamente intesa "come estraniamento dalla storia", mentre in realtà "gli dava una chiave interpretativa che lo rendeva più attento". In secondo luogo la "paternità" verso il suo clero. "Tutti noi, seminaristi prima e sacerdoti dopo, sentivamo nel card. Siri scorrere tutta la sua paternità", che si esprimeva nella "conoscenza dei suoi preti".

L’attenzione per il mondo del lavoro. Da ultimo il presidente della Cei ha sottolineato l’"attenzione peculiare per il mondo del lavoro" del suo predecessore alla guida dell’arcidiocesi genovese. Questa, ha evidenziato, "è una delle eredità che ha lasciato alla diocesi, e che prosegue con i cappellani del lavoro che egli volle strenuamente". Così, quando a livello nazionale cessò l’Onarmo, "lui mantenne in diocesi l’Armo, assistenza religiosa agli operai, una scelta unica nell’Italia del tempo che si rivelò e si rivela profetica", permettendo "una presenza dei cappellani del lavoro che tuttora è preziosissima" perché "esprime una particolare vicinanza della Chiesa alla gente là dove vive". E di questo suo legame con il mondo operaio se ne ebbe prova dopo la morte, quando si videro "le tute blu che si succedevano e sostavano di fronte a quella salma che conoscevano in qualche modo segreto e personalissimo, e che amavano".