FRANCIA
Mons. Santier sull’interdizione del velo integrale
È entrata in vigore l’11 aprile, in tutti i luoghi pubblici della Francia, la legge che proibisce di indossare il velo integrale islamico, e cioè burqa e niqab. La Francia è il primo Paese europeo ad applicare un divieto di questo tipo. La legge – adottata dal parlamento francese l’11 ottobre 2010 dopo un acceso dibattito – riguarda meno di duemila donne, in un Paese che, secondo le stime, conta tra i quattro e i sei milioni di persone di fede musulmana. Secondo la normativa, sarà vietato coprirsi il volto con un velo, un casco o una maschera negli spazi pubblici, che comprendono strade, giardini pubblici, stazioni e negozi, altrimenti si dovrà pagare una multa. Gli uomini che obbligheranno una donna a portare il velo da oggi in poi rischiano un anno di prigione e 30mila euro di multa; pena raddoppiata (due anni di prigione e 60mila euro di multa) se la persona è una minorenne. Ne parliamo con mons. Michel Santier, vescovo di Créteil, presidente del Consiglio per le relazioni interreligiose.
Eccellenza, la legge è entrata in vigore. Cosa ne pensa?
"Abito in una città di periferia, Créteil, molto vicina a Parigi e ricca di quartieri popolari. E le posso assicurare che se ne vedono molto, molto poche di donne che indossano il niqab. Si tratta quindi di una questione che chiama in causa una minoranza di donne. Le autorità musulmane stesse affermano poi che non si tratta di una questione legata ad una tradizione religiosa. L’uso del niqab non fa parte direttamente della tradizione musulmana quanto piuttosto di una tradizione culturale nella quale si riconoscono popoli che provengono dall’Iran o dall’Afghanistan. È pertanto importante saper distinguere ciò che fa parte della tradizione di fede da ciò che invece attiene alla tradizione culturale".
La legge vuole essere però a favore delle donne musulmane e della loro promozione…
"La Chiesa e i vescovi francesi sono piuttosto reticenti di fronte a legislazioni simili. In una recente intervista al quotidiano ‘La Croix’, lo stesso Mohammed Moussaoui presidente del Consiglio francese del culto musulmano ha detto che il rischio è che una legge simile induca queste donne a non uscire più di casa, e quindi a segregarle ulteriormente, quando invece la finalità di una legge dovrebbe essere esattamente il contrario. Il rischio è invece quello di costringere le donne a rimanere in casa. È certo che l’uso del velo integrale non fa parte dell’Islam francese. È certo che si potrebbe convincere le donne a non indossarlo. Ma non sono sicuro che una legislazione possa riuscire in questo obiettivo. Temo invece che possa contribuire a stigmatizzare ulteriormente i musulmani, nonostante tutte le parole dette".
Che cosa vuole dire?
"I musulmani li incontriamo tutti i giorni. Sono loro a gestire i piccoli negozi. Sono famiglie composte da uomini, donne e bambini. Effettivamente si avverte un clima di paura rispetto all’Islam perché ci si approccia a questa dimensione religiosa non con quello che effettivamente si conosce ma con tutto ciò che si sente rispetto ai Paesi musulmani, ai regimi autoritari che impongono sistemi di vita politica e religiosa. Sono estremismi religiosi che hanno poi anche una ricaduta drammatica sulla vita delle minoranze cristiane in quei Paesi. Sebbene tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’Islam, ma con il fondamentalismo, il rischio è che tutti questi piani si confondano ed abbiano una ricaduta sui musulmani di Francia come se fossero loro i responsabili".
Il processo di integrazione può passare attraverso una normativa di legge?
"Perché i musulmani facciano integralmente parte della Nazione francese, occorre attendere del tempo. Il cardinale Lustiger lo diceva: i processi di integrazione sono dinamiche che richiedono pazienza e che certo non si possono determinare in maniera precipitosa né tantomeno volontaristica. Occorre dare tempo al tempo e certamente cercare di non favorire le confusioni dei piani. Sono poi questioni strettamente legate alle condizioni sociali in cui vivono gli stranieri di origine araba in Francia che non sono necessariamente tutti i musulmani. Ci sono gli africani e tra loro alcuni sono musulmani. Vivono poi in quartieri poveri, affrontano difficili situazioni di precariato, disoccupazione in cui poi facilmente possono svilupparsi forme di commerci paralleli e illeciti. Si confondono gli africani con i maghrebini, i fattori di ordine religioso con le questioni di ordine sociale, i musulmani con i commerci paralleli e tutto questo crea un clima di paura. D’altra parte è pur vero che l’Islam non è una realtà monolitica ed è percorsa da differenti correnti per cui la parola di uno non è parola che rappresenta tutti. Penso però che occorre comunque sostenere il processo avviato dai musulmani moderati. Ma per tutto questo è necessario del tempo".