PAKISTAN
Intervista con Paul Bhatti
"La notizia dell’assassinio di mio fratello è giunta improvvisamente e ci ha sconvolto. Sono partito dall’Italia per partecipare ai funerali e in quel momento ho toccato con mano la disperazione della gente, della comunità e del Paese. Mi sono reso conto che c’erano molte persone che avevano bisogno di una guida come quella di mio fratello, in particolare le minoranze e i moderati pakistani. Vedendo tutto questo ho pensato, seguendo anche l’invito di amici e familiari, di proseguire il suo lavoro e il suo impegno". Paul Bhatti è il nuovo ministro per le Minoranze del Pakistan. Ha raccolto l’eredità lasciata dal fratello Shahbaz, ucciso in un attentato il 2 marzo scorso a Islamabad, colpevole solo di avere dedicato la sua vita alla difesa delle minoranze religiose, non solo dei cristiani, dei deboli e dei poveri del Pakistan. Il SIR lo ha incontrato nel corso di una conferenza promossa, il 5 aprile a Roma, dalla Comunità di Sant’Egidio proprio per ricordare il fratello.
Che ricordo ha di suo fratello?
"Lo ricordo sorridente, felice del suo lavoro e della sua missione. Ed era veramente così nella vita di tutti i giorni. Nonostante i problemi che non mancavano. Con la sua morte il mondo ha perso un leader che ha lottato con coraggio contro il terrorismo e la discriminazione religiosa".
Quando sente dire che Shahbaz è un martire cosa pensa?
"Non c’è dubbio. Ha profuso impegno e donato la sua vita per la comunità. Conosco i suoi pensieri e le sue battaglie per la giustizia sociale aiutando non solo i cristiani ma molta altra gente di diverse fedi, anche musulmani. Nonostante le minacce di morte, ha condotto la sua missione verso i più deboli".
Lei ne ha raccolto la difficile eredità: come intende portarla avanti?
"Ci sono diversi progetti, uno, per esempio, è quello di lavorare sui temi della tolleranza e del dialogo religioso. Cercheremo, inoltre, la collaborazione del Governo circa lo studio e l’interpretazione della legge islamica. Questa, infatti, non stabilisce di uccidere il prossimo o di diventare kamikaze. È pertanto necessario educare alla giusta interpretazione dell’Islam e intraprendere una campagna nel Paese a favore del rispetto dei diritti umani. Una volta che sarò stabilmente in Pakistan si potranno definire programmi più precisi anche in base alle risorse a disposizione".
Come giudica la legge sulla blasfemia che pure offre motivi di preoccupazione?
"Non è la legge sulla blasfemia che fa paura ma la sua interpretazione e l’uso sbagliato che se ne fa. Viene usata anche per vendette personali, contro gente innocente come Asia Bibi. Serve trovare una soluzione per evitare vittime innocenti".
Ha perdonato gli assassini di suo fratello?
"Abbiamo perdonato gli assassini di mio fratello ma è necessario sapere chi sono e il motivo per cui lo hanno ucciso. La nostra fede ci chiede di perdonare ma anche di chiedere la verità. La ricerca irrinunciabile della verità serve a dare speranza a chi vive in condizioni di minoranza. Quando sapremo la verità, allora potremo farci una opinione. Adesso è il tempo del perdono".
Ha paura di morire come è accaduto per Shahbaz?
"Ho paura, certamente. Anche Gesù prima di morire aveva paura. La vita continua. Come dicevo, ho visto i volti di molte persone e il loro bisogno di avere una guida come mio fratello. Davanti a tutto ciò la paura passa in secondo piano".