GIOVANNI PAOLO II
Un pensiero alla vigilia del 6° anniversario della morte di papa Wojtyla
"La ricezione del Concilio è un cantiere ancora aperto", soprattutto di fronte alle "sfide immani del momento presente, che impongono ai cristiani di veleggiare con energia contro le correnti impetuose e sfrenate del relativismo e del soggettivismo, e che invitano tutti gli uomini di buona volontà a farsi carico solidale dell’emergenza educativa". Lo ha detto mons. Enrico dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, aprendo un convegno svoltosi oggi a Roma, nella sede dell’ateneo, sul tema: "Verso il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. Da Pio XII a Giovanni Paolo II". Durante i lavori, è stato presentato anche il volume "Giovanni Paolo II e il Concilio. Una sfida e un compito" (Cantagalli). Alla vigilia del 6° anniversario della morte di papa Wojtyla (2 aprile 2005), il SIR ha intervistato l’autore, Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica al Pontificio Istituto "Giovanni Paolo II".
Perché è importante, oggi, riflettere sul rapporto tra Giovanni Paolo II e il Concilio?
"Gli anni trascorsi dalla fine del suo pontificato hanno confermato quanto la sua persona abbia segnato in maniera indelebile il corso della storia della Chiesa: il volto della comunità ecclesiale attuale non sarebbe in nessun modo concepibile, né comprensibile senza i ventisei anni del papato di Giovanni Paolo II. Nello stesso tempo la Chiesa vive ancora oggi, con particolare intensità, l’esigenza di portare a compimento la recezione e l’attuazione del Concilio Vaticano II, che insieme al pontificato wojtyliano rappresenta l’altro evento di singolare rilievo del XX secolo. La centralità di questa preoccupazione presente fin dagli inizi a Giovanni Paolo II, provoca a riconsiderare quanto scrisse un anno prima di morire, nel libro ‘Alzatevi, andiamo!’: ‘Devo dire che, in questi anni di pontificato, l’attuazione del Concilio è stata costantemente in cima ai miei pensieri’. Tutto ciò è ancora un tema centrale della vita ecclesiale. L’ha confermato l’intervento di Benedetto XVI nel primo anno del suo pontificato in cui ha invitato a superare le annose contrapposizioni soggiacenti ad una ‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’ in vista di una più convincente ‘ermeneutica della riforma’. Non si può non osservare che, talvolta, una lettura frettolosa del pontificato di Giovanni Paolo II abbia sottostimato quanto per ventisei anni Egli si sia costantemente riferito al Vaticano II come fondamentale termine di paragone, mentre non mancano segnali di chi sembrerebbe guardare al Concilio come un fatto consegnato alla storia, quasi come un capitolo chiuso, più fonte di difficoltà che fattore di reale rinnovamento, superato da altre e più rassicuranti prospettive".
Come definirebbe lo "sguardo" di Giovanni Paolo II sul Concilio?
"È uno sguardo che, come testimoniano i suoi scritti, mostra in modo evidente la consapevolezza della singolarità di quell’evento, nella vita della Chiesa e del mondo. Per cogliere in tutte le sue sfaccettature il senso esatto con il quale Giovanni Paolo II guardò al Vaticano II come ‘sicura bussola’ del cammino ecclesiale, un punto d’osservazione sintetico può essere l’episodio del Sinodo straordinario convocato nel 1985, in occasione del 25°della chiusura dei lavori del Concilio. Nei diversi interventi pronunciati in quell’occasione il Papa mostra particolare attenzione a due elementi decisivi per mantenere viva e feconda l’eredità del Vaticano II nella vita della Chiesa. Giovanni Paolo II poneva l’esigenza che quanto accaduto nel Concilio dovesse riaccadere come rinnovata consapevolezza della verità della propria identità cristiana, della quale il Concilio aveva segnalato i fondamentali punti di paragone e un metodo di affronto. Il secondo elemento è l’accento posto sulla categoria di ‘comunione’ che, proprio a partire da quel Sinodo, sarà indicata come una possibile cifra sintetica del Vaticano II".
Come si è posto Giovanni Paolo II all’interno del dibattito tra "continuità" e "riforma", che ha caratterizzato la ricezione conciliare?
"Per Giovanni Paolo II il Vaticano II fu un evento ‘sui generis’ di comunione, dono dello Spirito Santo alla Chiesa, allo scopo di un profondo rinnovamento della sua vita e della sua pastorale. Per questi motivi ampio è il riconoscimento della continuità che tale fatto ecclesiale esprime nel tessuto storico della vita del popolo di Dio. Nello stesso tempo, sono numerosi gli elementi che vanno nella direzione di una chiara sottolineatura della novità che l’ultimo Concilio ha rappresentato e che lo rendono obiettivamente un ‘unicum’ nella bimillenaria storia della Chiesa. Fin dagli anni della preparazione del Concilio, Karol Wojtyla aveva espresso l’esigenza di un fattivo rinnovamento della vita ecclesiale. Va ricordata, poi, l’insistenza sulla centralità del metodo ‘sinodale’, riconosciuto come uno dei frutti più rilevanti del Concilio: di qui l’importanza e la cura assegnate al Sinodo dei vescovi. Infine, non va dimenticata la decisione di convocare delle assemblee plenarie del sacro collegio cardinalizio, un’iniziativa del tutto nuova, che da secoli non si realizzava nella vita della Chiesa. In queste occasioni fu messa a tema l’esigenza di realizzare una profonda riforma della curia romana, costantemente orientata secondo la dimensione della ‘pastoralità’: ancora una volta Giovanni Paolo II assume la cifra specifica del Vaticano II nel guidare uno delle iniziative più importanti della sua azione di governo".