FINE VITA
Il dibattito attorno a una legge necessaria
Due fatti, apparentemente diversi e lontani, meritano di essere evidenziati. In Italia si sta svolgendo il dibattito serrato e delicato sul fine vita; l’aula della Camera ha concluso la discussione generale sul disegno di legge in materia di dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) e si prepara al voto. Ieri il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha ribadito la posizione della Chiesa. In Vaticano la Congregazione per l’educazione cattolica ha appena approvato una riforma degli studi in materia filosofica.
Che cosa avvicina i due eventi? Le questioni legate al fine vita non possono essere affrontate solo con i parametri scientifici e, men che meno, con quelli del sentimento. Occorre una lettura filosofica, l’unica capace di rispondere alle domande ultime: che senso ha vivere? Che senso ha morire? Che senso ha la sofferenza? La riforma degli studi filosofici all’interno delle istituzioni ecclesiastiche è un segnale provvidenziale per dare respiro alle inedite domande, che si pongono oggi nei temi bioetici. In questa prospettiva occorre lasciarsi guidare dall’armonia dei saperi. L’intervento tecnico, quello che prolunga la vita, divenendo accanimento terapeutico o quello che l’abbrevia, rivelandosi come eutanasico si devono confrontare con il significato della persona. Non un significato astratto, evidentemente, ma assolutamente concreto: si è davanti ad una persona che soffre e che si avvicina al termine della propria esistenza.
In particolare, due sono i nodi da considerare: la sofferenza e il significato del fine vita. Oggi, da non poche parti, si considera la sofferenza come un non-senso e il fine vita come la fine dell’uomo. Eppure, la sofferenza non è priva di senso, non fosse altro perché è un momento dell’esistenza della persona. Sì la sofferenza "appartiene" a qualcuno, che la sta vivendo intensamente. Non è semplicemente un fatto fisico, da affrontare con preparati chimici: è un fatto insieme fisico e spirituale, perché la persona è "una cosa sola". Perché soffrire? Perché si è uomini, capaci di assumere la sofferenza come un momento significativo della propria esistenza. Non di rado succede che la sofferenza guidi la persona a ridare il primato alle cose importanti della vita: relazioni, affetti, contemplazione del creato, gratuità, etc. È un momento in cui le cose, cui si dava tanta importanza perdono la loro consistenza, mentre quelle veramente importanti emergono. In questo senso, allora, è sbagliato, almeno in prima istanza, considerare la sofferenza come un nemico; fa parte della vita umana e può esercitare un influsso positivo.
Detto questo, allora ci si deve rassegnare davanti alla sofferenza? Non far nulla? Certo che no! La medicina possiede oggi tanti trattamenti che hanno come scopo quello di combattere la sofferenza, specialmente quando questa diventa così forte da essere quasi il vero male della persona: la malattia su cui concentrarsi. Le cure palliative sono oggi ampiamente diffuse e praticate sia in ospedale che a domicilio. Realisticamente nessuno è condannato alla sofferenza. Naturalmente, esse non sono la risposta completa alla sfida della sofferenza, perché la persona malata domanda qualcosa di più. Cerca la relazione e la vicinanza dei sani; chiede loro di farsi compagni di viaggio. Come è disumana l’immagine di un malato terminale sedato nelle sue sofferenze, ma lasciato solo, senza nessuno intorno. Solo perché non è stato possibile guarirlo, solo perché sta avvicinandosi alla morte, davanti a cui si è impreparati. La morte: è come se fosse un’altra dimensione, quotidianamente rimossa. E qui si evidenzia il secondo nodo: quello del significato del morire. Che cosa è la morte? Se l’uomo ascolta se stesso, senza preconcetti ideologici, avverte che non può finire tutto, ma aspira ad un’esistenza diversa, in cui non c’è spazio per la sofferenza e per il dolore. Dio ha messo nel cuore di ognuno la certezza dell’immortalità; non può finire tutto così. La filosofia, che è patrimonio dell’umanità e di ciascuno, tiene viva la ricerca di un compimento dell’esistenza nella vita oltre la morte.
Che cosa si può chiedere ad una legge? Poco, per la verità, perché la sua forma è scarna ed essenziale. Tuttavia, molto nella misura in cui tiene conto che il pensiero occidentale ha permesso di raggiungere la civiltà, di cui beneficiamo, grazie ad una lettura metafisica dell’uomo. Fin dal tempo dei greci, la cultura ha progredito, perché è stata capace di andare oltre il dato sensibile e considerare la dimensione spirituale della persona. Solo in epoca moderna si sono chiusi alla ragione gli spazi della spiritualità, affermando che appartengono, tutt’al più, alla fede. La legge non potrà esprimere la ricchezza del lavoro della ragione, ma potrà anzi dovrà! presupporlo.