SBARCHI A LAMPEDUSA
Dignità umana negata e solidarietà della gente dell’isola
Distribuzione di vestiario, panini e bevande calde, servizio doccia, accoglienza dei minori stranieri (tra i 60 e i 100) nella "Casa della fraternità" della parrocchia e volontari che, in collaborazione con i tunisini sbarcati, puliscono l’immondizia che si accumula nelle aree degli accampamenti informali sparsi per tutta l’isola: sono alcuni dei servizi che la Caritas di Agrigento (la diocesi a cui appartiene Lampedusa) sta fornendo alle migliaia di migranti sbarcati nelle ultime settimane. In queste ultime ore hanno raggiunto il picco più alto, con oltre 2.000 arrivi in 24 ore. "C’è una difficoltà estrema a gestire l’emergenza racconta al SIR Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione della Caritas italiana, in questi giorni a Lampedusa , anche l’ente gestore del Centro di Contrada Imbriacola, nonostante abbia impiegato 150 persone, non riesce a garantire pasti per tutti. La protezione civile potrebbe dare una mano ma è ancora tutto in itinere. L’isola è oramai al limite estremo, la situazione è fuori controllo. Bisogna trovare il coraggio di evacuare velocemente tutti, ma non sembra ci siano ancora le condizioni. Il numero delle evacuazioni con le navi è ancora inferiore agli arrivi".
Un "mare" di bisogni. Secondo Forti, dare del denaro ai migranti sbarcati a Lampedusa per convincerli a rimpatriare "può essere una soluzione solo nella misura in cui si attui prima di tutto una evacuazione immediata di Lampedusa. Non è credibile in questa situazione fuori controllo, al limite dell’incredibile, con 7.000 persone sull’isola. Il rimpatrio assistito è uno strumento che si adotta nel contesto di intervento più ampio, che prevede il trasferimento in una struttura dignitosa e poi l’assistenza al rientro. Altrimenti c’è il rischio che qualcuno ne approfitti". Per i minori accolti nella "Casa della fraternità" la Caritas sta pensando di organizzare, insieme a Save the children, un intervento più strutturato. "Qui i bisogni sono tantissimi riferisce Forti . C’è un grosso problema igienico legato ai bagni, che sono insufficienti. Per cui si sta ragionando su come aumentare i pasti e i servizi igienici. Poi c’è il problema del vestiario. La maggior parte dei migranti dorme all’addiaccio, hanno bisogno di indumenti più pesanti che riparino dall’umanità. Come Caritas abbiamo mandato un tir di indumenti che ora sono stoccati in magazzino. Siamo in attesa di verificare con le forze dell’ordine la modalità più consona per la distribuzione, che non è semplice, perché c’è il rischio che si creino situazioni ingestibili". "La situazione è peggiore di come la immaginassi prosegue Forti . Le persone sono accampate ovunque in posti impensabili, con giacigli improvvisati con cartoni e buste, soprattutto alle spalle del porto. La sera facciamo distribuzione di tè e caffè e latte caldo tra gli accampamenti, che sono esposti a vento, freddo, umidità".
La generosità dei lampedusani. In questa situazione difficile spicca la generosità dei lampedusani: "Alcune famiglie dell’isola invitano i migranti a mangiare in casa loro racconta Valerio Landri, direttore della Caritas di Agrigento, in un report inviato a tutte le Caritas diocesane . È accaduto anche che alcuni lampedusani abbiano portato i migranti in pizzeria. In un mese sono stati distribuiti migliaia di capi di abbigliamento e coperte. La comunità ha dato fondo a tutte le riserve dei propri armadi: ho assistito a scene di volontari che hanno ceduto ad un migrante i calzini o i giacconi che indossavano". Caritas ha acquistato sull’isola grandi quantità di cibo e biancheria intima. "Lampedusa conclude Landri ha oggi in sé i due opposti che misteriosamente si attraggono: la totale negazione della dignità umana, che ferisce il cuore e lacera l’anima e, allo stesso tempo, una immensa solidarietà umana".
Allarme per gommone di eritrei da Libia. Intanto non si hanno ancora notizie del gommone di 68 persone diretto a Lampedusa, che domenica sera ha lanciato un Sos telefonico a don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia, perché erano rimasti senza benzina a 60 miglia dalla Libia. "Ho tentato varie volte di richiamare chi viaggia sul gommone ma il telefono continua a squillare a vuoto. Sono molto preoccupato racconta al SIR don Zerai . La guardia costiera, con cui sono in contatto, non li ha ancora rintracciati". Questi eritrei fanno parte dei tanti rifugiati assistiti a Tripoli dalla Chiesa cattolica (circa 2.500). Appena iniziati i bombardamenti della comunità internazionale stanno tentando ogni via di fuga. "Hanno deciso di affidarsi ai trafficanti perché non c’era altra via d’uscita prosegue don Zerai . Noi abbiamo suggerito di fuggire verso la Tunisia. Qualcuno è andato (circa 800 eritrei e 500 etiopi). Altri hanno scelto di affidarsi ai barconi di fortuna". "Tra ieri e l’altro ieri dovrebbero essere arrivati circa 600/650 eritrei a Linosa, poi trasferiti a Porto Empedocle e in altri centri. Il governo italiano ne aveva già portati in Italia 110 in due successive evacuazioni umanitarie". Don Zerai chiede da settimane all’Unione europea di farsi carico di questa situazione.