TERRA SANTA

Sfregio a Gerusalemme

Attentato nella città santa: un morto e trenta feriti

L’ultimo attentato risaliva al 6 marzo del 2008, quando un palestinese aveva attaccato un istituto di studi sul Talmud, testo sacro dell’Ebraismo, nella parte ovest della città, causando otto morti e nove feriti, prima di essere a sua volta ucciso. Oggi, 23 marzo, la storia si è ripetuta seppure con modalità diverse: un ordigno, posto su una pensilina delle fermate delle linee 14 e 74, è esploso provocando un morto e trenta feriti facendo cadere Gerusalemme nell’incubo del terrorismo. Sullo sfondo dell’attentato la ripresa degli scontri a Gaza, dove il 22 marzo sono stati uccisi 8 palestinesi e altri 11 feriti, l’eccidio di una famiglia di coloni israeliani nell’insediamento di Itamar, in Cisgiordania, la decisione del premier Benyamin Netanyahu di riprendere la costruzione di nuove abitazioni in territorio palestinese. Lo stesso Netanyahu, appresa la notizia, ha sospeso la partenza per il suo viaggio in Russia. L’attentato terroristico, che non è stato ancora rivendicato, è stato subito condannato dalle massime autorità cattoliche della città santa le cui dichiarazioni sono state raccolte dal SIR.

Violenza non è soluzione. "Condanniamo la violenza e il terrorismo, di qualunque origine, e qualsiasi estremismo religioso", dichiara al SIR il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, citando testualmente un passaggio del documento finale del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente (ottobre 2010). Al telefono da Amman il patriarca ribadisce che "siamo contro ogni tipo di violenza commessa da persone, gruppi e movimenti di qualsiasi genere. Faremo tutto il possibile per ridare a Gerusalemme la sua vocazione di città santa, di preghiera, di pace e di pellegrinaggio. Questo è il nostro impegno e il nostro augurio". Davanti a gravi fatti come quello di oggi e alla situazione della regione, conclude Twal, ricordando ancora il messaggio sinodale, "credo che una pace giusta e definitiva sia l’unico mezzo di salvezza per tutti, per il bene della regione e dei suoi popoli". Per il nunzio apostolico in Israele, mons. Antonio Franco, questo è "un attentato che non fa che complicare una situazione già tesa. La violenza non è mai la soluzione. È uno sfregio alla ricerca del dialogo e della pace". "Quando si determinano stati di tensione", spiega mons. Franco, riferendosi ai recenti fatti di Gaza e alla ripresa degli insediamenti in Cisgiordania dopo l’eccidio di Itamar, "c’è sempre qualcuno interessato a peggiorare la situazione compiendo sfregi come questi che causano altri dolori, traumi e sofferenze che non sono utili a risolvere i problemi".

Ferite riaperte. "Un attentato che ha riaperto antiche ferite e paure", dichiara il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, che dice di "sperare che resti un gesto isolato e non collocabile all’interno di una strategia più ampia. Anche se è presto per trarre conclusioni e fare commenti approfonditi". L’attentato di Gerusalemme, "non deve farci cedere alla paura come nel passato ma bisogna andare avanti senza arrendersi a questi estremismi privi di prospettive". Anche per il custode di Terra Santa l’attacco "potrebbe essere figlio" della situazione che si vede e si vive sul terreno. "Tuttavia – aggiunge – questi fatti non possono giustificare tali azioni. È evidente che c’è un deterioramento delle relazioni politiche, e poi a catena, tra tutti i livelli dell’amministrazione e della società. Per cui è possibile che ci sia un legame diretto con l’attentato. Quanto vediamo sul terreno crea rabbia e frustrazione che in qualche modo poi esplodono. In questi ultimi tempi non si sono fatti sforzi per riannodare i fili del dialogo e questo ha un suo peso".

Provocazione alla pace. Parla di "provocazione alla pace" e di "profanazione della città" il parroco di Gerusalemme, padre Feras Hijazine. "Gerusalemme è una città chiamata a trasmettere pace a tutto il mondo – dice – l’attentato è una provocazione fatta agli sforzi di pace che da qui dovrebbero nascere e, per questo motivo, deve spingere i credenti delle tre grandi religioni ad operare per la convivenza e la pace, al di là delle divisioni politiche ed etniche". "Non sappiamo se quanto accaduto sia da collegare a Gaza – conclude padre Hijazine – o se sia anche una provocazione al tentativo di dialogo in atto tra Hamas e Fatah. Certamente vanno fatti sforzi maggiori da ambo le parti per arrivare alla ripresa del dialogo e conseguire una pace giusta".