CROCIFISSO A SCUOLA
La sentenza della Corte europea di Straburgo
È stata forse solo l’astuzia del calendario, ma le alte e impegnative parole del presidente Napolitano nell’importante discorso sui 150 anni di Unità a proposito dei rapporti Stato-Chiesa e della presenza dei cattolici in Italia, non potevano trovare migliore eco nel pronunciamento della Grande Chambre della Corte Europea dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa. Con una sentenza articolata ed equilibrata, resa nota oggi, ha modificato la decisione di prima istanza ed assolto lo Stato italiano a proposito della questione dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.
Con una decisione a larghissima maggioranza (quindici voti contro due) ha riconosciuto che la "percezione soggettiva" dei ricorrenti non può configurare una oggettiva violazione dell’"obbligo dello Stato di rispettare il diritto dei genitori ad assicurare l’educazione a l’insegnamento dei loro figli conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche". Ha constatato, con saggio self-restraint, che non appartiene alla Corte europea entrare nel dibattito interno agli Stati in ordine alle diverse competenze degli organi giurisdizionali interni. Infine ha affermato che la Corte deve "rispettare lo scelte degli Stati nei delicati campi", dell’educazione e della religione, limitandosi "ad assicurarsi che queste scelte non comportino una forma di indottrinamento". Che peraltro il caso in specie non può configurare, essendo assolutamente garantito il diritto dei genitori nella specifica situazione italiana.
Si tratta di una sentenza che mette ordine in un quadro, quello dei diritti e delle identità, fondamentale per gli sviluppi dell’Europa, in cui sembrava acquisita una deriva in fin dei conti nichilistica. Questa non è per nulla inevitabile, come ha dimostrato peraltro il costituirsi in questo giudizio di un’ampia e qualificata serie di Stati (tra cui il più grande tra quelli aderenti al Consiglio, la Federazione Russa) e di organizzazioni non governative.
Al di là dell’estremo esaurirsi di una idea nichilista di diritti, che finisce col creare vuoto, un vuoto ove inevitabilmente è destinata ad emergere la legge del più forte, il punto è proprio ripartire dalla persona, dalla concretezza della vita e delle situazioni, in cui sono necessari punti di riferimento.
Il crocifisso, con la sua silenziosa, discreta, ma sincera presenza negli spazi pubblici oggi esprime proprio quella "sana laicità" di cui c’è in Europa grande bisogno, per far crescere, e fruttificare, la democrazia. I consensi, larghi, trasversali e per diversi aspetti imprevisti, che Benedetto XVI, ha ricevuto sviluppando questo tema, da ultimo nel grande e impegnativo discorso nella Westmister Hall, dimostrano che può essere una strada importante da condividere, senza barriere.
Soddisfazione da parte della Santa Sede
Pubblichiamo il testo integrale della dichiarazione del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, p. Federico Lombardi, sulla sentenza odierna della Grande Chambre della Corte Europea dei diritti dell’uomo.
"La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sull’esposizione obbligatoria del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche italiane è accolta con soddisfazione da parte della Santa Sede. Si tratta infatti di una sentenza assai impegnativa e che fa storia, come dimostra il risultato a cui è pervenuta la Grande Chambre al termine di un esame approfondito della questione. La Grande Chambre ha infatti capovolto sotto tutti i profili una sentenza di primo grado, adottata all’unanimità da una Camera della Corte, che aveva suscitato non solo il ricorso dello Stato italiano convenuto, ma anche l’appoggio ad esso di numerosi altri Stati europei, in misura finora mai avvenuta, e l’adesione di non poche organizzazioni non governative, espressione di un vasto sentire delle popolazioni. Si riconosce dunque, ad un livello giuridico autorevolissimo ed internazionale, che la cultura dei diritti dell’uomo non deve essere posta in contraddizione con i fondamenti religiosi della civiltà europea, a cui il cristianesimo ha dato un contributo essenziale. Si riconosce inoltre che, secondo il principio di sussidiarietà, è doveroso garantire ad ogni Paese un margine di apprezzamento quanto al valore dei simboli religiosi nella propria storia culturale e identità nazionale e quanto al luogo della loro esposizione (come è stato del resto ribadito in questi giorni anche da sentenze di Corti supreme di alcuni Paesi europei). In caso contrario, in nome della libertà religiosa si tenderebbe paradossalmente invece a limitare o persino a negare questa libertà, finendo per escluderne dallo spazio pubblico ogni espressione. E così facendo si violerebbe la libertà stessa, oscurando le specifiche e legittime identità. La Corte dice quindi che l’esposizione del crocifisso non è indottrinamento, ma espressione dell’identità culturale e religiosa dei Paesi di tradizione cristiana. La nuova sentenza della Grande Chambre è benvenuta anche perché contribuisce efficacemente a ristabilire la fiducia nella Corte Europea dei diritti dell’uomo da parte di una gran parte degli europei, convinti e consapevoli del ruolo determinante dei valori cristiani nella loro propria storia, ma anche nella costruzione unitaria europea e nella sua cultura di diritto e di libertà".
Coraggio e saggezza
La Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha messo un punto importante alla vicenda del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane. Lo ha fatto tornando su una decisione presa nel 2009, quando accoglieva il ricorso di una cittadina italiana di origini finlandesi, Soile Lautsi e riconosceva come la presenza del crocifisso nelle scuole statali fosse ”contraria al diritto dei genitori di educare i propri figli secondo le loro convinzioni e al diritto dei minori alla libertà di religione e di pensiero”.
La sentenza era stata impugnata dall’Italia e il ricorso del nostro Paese era stato sostenuto anche da un vasto schieramento di ricorrenti. Accolto il ricorso, la questione è stata discussa a Strasburgo il 30 giugno 2010 e adesso è arrivato il pronunciamento dei giudici europei: l’esposizione del crocefisso non configura alcuna violazione dei diritti umani da parte dell’Italia. Il pronunciamento della Corte è particolarmente importante. Non solo perché chiarisce una volta di più che un crocefisso alle pareti delle aule scolastiche non è imposizione alle coscienze in Italia il dibattito sul valore del simbolo cristiano dura da tempo e ha molte sfumature e che la laicità si potrebbe aggiungere non è l’assenza, il vuoto di simboli e identità. C’è infatti tutto un altro filone relativo alla sentenza della Corte e che riguarda il tema della sussidiarietà da rispettare nei rapporti tra Stati e Istituzioni europee, la necessità di valorizzare livelli diversi, sensibilità e atteggiamenti differenti propri di molte realtà nazionali.
Anche su questo piano si muove la Corte che in più di un passaggio del pronunciamento si riferisce ai margini di valutazione propri di uno Stato ad esempio a proposito della necessità o meno di valorizzare tradizioni proprie, restando peraltro nell’ambito del rispetto dei diritti e delle libertà tutelato dalla Convenzione sui diritti dell’uomo.
In questa direzione si ritrovano quegli elementi di "coraggio e saggezza" che, ad esempio, sono stati rilevati subito nella sentenza dall’Osservatore permanente della Santa Sede al Consiglio d’Europa, monsignor Aldo Giordano. Coraggio e saggezza per superare luoghi comuni su una laicità malintesa e, soprattutto, per ridare respiro a una seria considerazione delle tradizioni, delle identità e dei valori dei diversi popoli europei. Tradizioni, identità e valori che non si possono azzerare e che dovrebbero poter essere considerati non una minaccia, ma una risorsa per l’Europa "plurale" che già esiste e che vorremmo sempre più improntata al dialogo e al rispetto tra persone e popoli.
Alberto Campoleoni
Perché può rimanere
"Se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni". È questa la conclusione cui è giunta il 18 marzo la Grande Chambre della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo con la sentenza sul caso Lautsi-Italia riguardante l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Il simbolo della fede cristiana può dunque rimanere nelle aule scolastiche senza temere per la libertà di educazione e il diritto all’istruzione dei ragazzi e dei giovani, così come garantito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
"Nella sentenza definitiva della Grande Chambre, pronunciata nel caso Lautsi e altri contro Italia si legge in una nota ufficiale -, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha concluso a maggioranza (quindici voti contro due)" per la "non violazione dell’articolo 2 del Protocollo n° 1 (diritto all’istruzione) alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo". Il caso, ricorda la stessa Corte, "riguardava la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche in Italia, incompatibile, secondo i ricorrenti, con l’obbligo dello Stato di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e insegnamento, il diritto dei genitori di garantire ai propri figli un’educazione e un insegnamento conformi alle loro convinzioni religiose e filosofiche". La Grande Chambre, correggendo la precedente sentenza del novembre 2009 di una delle Camere della Corte, afferma: "Pur essendo comprensibile che la ricorrente possa vedere nell’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai suoi figli una mancanza di rispetto da parte dello Stato del suo diritto di garantire loro un’educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche, la sua percezione personale non è sufficiente a integrare une violazione dell’articolo 2 del Protocollo n° 1". Tale sentenza, che è definitiva, è stata subito trasmessa come hanno spiegato i 17 giudici, presieduti dal francese Jean-Paul Costa -, al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, massimo organismo politico dell’istituzione, per controllarne l’esecuzione.
Analizzando la sentenza emersa dalla Grande Chambre della Corte di Strasburgo, emergono anche argomenti che probabilmente solleveranno dibattito a livello culturale, politico e giurisprudenziale sia in Italia che in Europa. La Corte infatti afferma: "Il Governo italiano sosteneva che la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche rispecchia ancora oggi un’importante tradizione da perpetuare. Aggiungeva poi che, oltre ad avere un significato religioso, il crocifisso simboleggia i principi e i valori che fondano la democrazia e la civilizzazione occidentale, e ciò ne giustificherebbe la presenza nelle aule scolastiche". Dalla Corte giungono a tale riguardo due riflessioni: "Quanto al primo punto, la Corte sottolinea che, se da una parte la decisione di perpetuare o meno una tradizione dipende dal margine di discrezionalità degli Stati convenuti, l’evocare tale tradizione non li esonera tuttavia dall’obbligo di rispettare i diritti e le libertà consacrati dalla Convenzione e dai suoi Protocolli". In relazione al secondo punto, "rilevando che il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione" italiani "hanno delle posizioni divergenti sul significato del crocifisso e che la Corte costituzionale non si è pronunciata sulla questione, la Corte considera che non è suo compito prendere posizione in un dibattito tra giurisdizioni interne".
La sentenza sul crocifisso emessa dalla Grande Camera della Corte dei diritti dell’uomo constata che "nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del paese una visibilità preponderante nell’ambiente scolastico. La Corte ritiene tuttavia che ciò non basta a integrare un’opera d’indottrinamento da parte dello Stato". La Corte sottolinea ancora che "un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose". Inoltre per i giudici "gli effetti della grande visibilità che la presenza del crocifisso attribuisce al cristianesimo nell’ambiente scolastico debbono essere ridimensionati" in quanto: "tale presenza non è associata a un insegnamento obbligatorio del cristianesimo; secondo il Governo lo spazio scolastico è aperto ad altre religioni (il fatto di portare simboli e di indossare tenute a connotazione religiosa non è proibito agli alunni, le pratiche relative alle religioni non maggioritarie sono prese in considerazione, è possibile organizzare l’insegnamento religioso facoltativo per tutte le religioni riconosciute, la fine del Ramadan è spesso festeggiata nelle scuole…); non sussistono elementi tali da indicare che le autorità siano intolleranti rispetto ad alunni appartenenti ad altre religioni".
Gianni Borsa