LIBIA

Con la gente

A colloquio con il vescovo di Tripoli

Ore decisive e drammatiche per la situazione in Libia, dopo che in nottata il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione che prevede il divieto di sorvolo e "tutte le misure necessarie per proteggere i civili". Mentre la città di Bengasi festeggia la decisione delle Nazioni Unite, le forze di Gheddafi avanzano e il colonnello annuncia: "Nessuna pietà". Il SIR ha raggiunto telefonicamente a Tripoli il vescovo e vicario apostolico, mons. Giovanni Martinelli.

Come state vivendo queste ore?
"A Tripoli, la situazione è calma ma stamattina l’ambasciatore italiano mi ha comunicato che partiva su richiesta delle autorità di governo. Ambasciata e consolato chiudono. È l’ultima notizia che ho ricevuto. Non riesco a comunicare con Bengasi, visto che i telefoni non connettono. C’è sicuramente una certa preoccupazione. Ieri parlavo con i nostri di Bengasi. Speriamo che le parole pronunciate ieri e sentite ieri sera siano una forma di pressione morale su Bengasi perché in qualche modo ceda. Voglio interpretare così la situazione, in positivo, sperando che non ci sia il peggio. Non voglio nemmeno pensare che si possa dar vita ad un attacco diretto alla città".

Non ha più avuto contatti con le religiose a Bengasi?
"Questa mattina no, ieri sera sì. Ho parlato con loro e mi hanno detto che avevano deciso di restare, di restare nonostante tutto. Mi hanno detto: siamo religiose, siamo infermiere, non è questo il tempo opportuno per lasciare la gente che conosciamo e che serviamo da tanti anni. Da oggi, però, non riesco più a parlare con nessuno. Non so quali siano gli ultimi sviluppi".

L’apprensione cresce…
"C’è una certa preoccupazione per il fatto che non riesco a comunicare. Quando lo si fa, ci si incoraggia. È stato sempre così negli ultimi giorni. Sebbene fosse difficile, la comunicazione ci ha sempre aiutato a superare la situazione. Adesso, non potendo comunicare, ci si chiede: chissà come staranno, avranno bisogno di aiuto?. Qui, a Tripoli, le comunicazioni sono normali. Stamattina abbiamo celebrato una messa in chiesa con una buona partecipazione di fedeli".

Avete pregato per la pace in Libia?
"Certo, questa è la prima cosa. Lo abbiamo detto anche ai responsabili e ai nostri amici libici che noi preghiamo. Per quanto riguarda Tripoli, nella città non ci sono violenze, la situazione è abbastanza tranquilla".

Come si spiega la telefonata dalla ambasciata con la comunicazione che chiudeva?
"È stata una sorpresa, fino a ieri sera eravamo insieme con l’ambasciatore e si diceva che l’Italia restava ancora. Evidentemente la situazione si è sviluppata in forma recente e improvvisa, forse in seguito anche alla risoluzione dell’Onu. Per cui l’ambasciatore questa mattina mi ha detto che deve partire".

Adesso siete diventati il baluardo dell’Europa per la Libia…
"Il baluardo della speranza. Devo dire che in questi ultimi tempi non abbiamo mai avuto problemi con nessuno. Le autorità libiche ci rispettano e non dubito del popolo, della gente".

Riconferma la decisione a restare nel Paese?
"Certo, non posso lasciare. Ci sono tanti cristiani qui. Non posso fare il pastore che lascia le pecore. Sono un pastore e devo rimanere con loro. Ci sono cristiani filippini, infermieri che lavorano negli ospedali e con grande dedizione continuano a svolgere il loro servizio tra i malati. Ci sono poi africani che cerchiamo di aiutare come possiamo. Certo, la situazione è fonte di preoccupazione per tutti. Non c’è più lavoro come prima quindi devono sopravvivere in qualche modo. Cerchiamo di aiutare materialmente queste persone. Non è la paura che ci ferma perché, ripeto, i libici hanno sempre avuto grande rispetto per la Chiesa. Con la prudenza necessaria, abbiamo aperto la chiesa, la gente è venuta, ha pregato, e ora stiamo sostenendo delle famiglie attraverso l’aiuto della Caritas e delle persone che ci stanno vicino".

Sulla prospettiva di una guerra?
"Spero che ci sia sapienza. La violenza non è la soluzione, specialmente qui. Non capisco perché ci possa essere una guerra tra fratelli, tra gente dello stesso Paese. È una cosa illogica. Mi auguro che subentri la saggezza, la mediazione di persone che sappiano aiutare questo popolo. Speriamo".

Riguardo alla risoluzione dell’Onu?
"Non sono in grado di giudicare. Certamente è una forma violenta anche quella. Non so fino a che possa può giovare. Mi auguro che vinca il buon senso".