EUROPA-LIBIA

Tendere la mano

A un popolo colpito con crescente crudeltà

Ore drammatiche, ore febbrili, a secondo di dove le si vive. Chi è nato e cresciuto in Libia – o in Egitto, Tunisia, Algeria – si trova nel cuore di eventi rivoluzionari che vorrebbero portare, nelle migliori intenzioni, libertà, democrazia e pace nella propria terra. Chi osserva dalla sponda nord del Mediterraneo cerca di comprendere gli eventi e di prevederne gli sviluppi, con una certezza: quanto accade in nord Africa avrà conseguenze per l’Europa. E non solo.
Più e più volte in queste settimane si è fatto appello all’Europa perché "faccia qualcosa", conferendo in particolare alle istituzioni Ue un possibile e inedito ruolo strategico. Così, mentre si assiste alle proteste di piazza e alla violenza delle armi, si discute di aiuti umanitari, sbarchi di immigrati, sanzioni, ultimatum, "soluzioni militari"; al contempo risuonano sempre più minacciose le parole del colonnello Gheddafi. Quali strade intraprendere – è la domanda di fondo – per accompagnare questa fase potenzialmente nuova della storia africana e mediorientale?
Risposte chiare e certe non ce ne sono, almeno non preconfezionate. A livello di Unione europea si torna a ragionarci questa settimana: nelle capitali dei paesi membri, durante la sessione plenaria dell’Europarlamento (7-10 marzo), nel corso del vertice straordinario dei 27 capi di Stato e di governo, convocati a Bruxelles per l’11 marzo. Un intervento dei giorni scorsi del presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha ben sintetizzato i punti attorno ai quali sembra concentrarsi l’Ue.
Anzitutto la Libia. "Le azioni del tutto inaccettabili del regime libico nel corso delle ultime settimane hanno reso dolorosamente evidente che il colonnello Gheddafi è parte del problema, non parte della soluzione". Barroso ha sgomberato il campo da errori passati, anche da parte dell’Italia e di altri governi Ue, nelle relazioni con Tripoli e ha messo un punto fermo: "È tempo per Gheddafi di partire e consegnare il paese al popolo della Libia, consentendo alle forze democratiche di delineare un percorso per il futuro".
In secondo luogo, gli aiuti umanitari. "L’Onu ha dichiarato una situazione di emergenza. Siamo di fronte ad almeno 140mila" rifugiati. Da qui la richiesta per un intervento deciso e concreto da parte dell’Onu, dell’Ue e dei paesi aderenti. Quando un popolo rimane senza casa e muore di fame l’unica azione possibile è quella di tendere la mano, sembra osservare Barroso.
Terzo argomento, le migrazioni. "L’Agenzia europea per il controllo dei confini (Frontex) e l’Italia stanno già conducendo un’operazione congiunta denominata Hermes 2011". Questa operazione dovrebbe aiutare l’Italia "a far fronte ai flussi migratori attuali e potenziali dal nord Africa". Ma si tratta anche di prevedere e "guidare" una situazione che domani potrebbe chiamare in causa tutti gli altri paesi d’Europa. "Per fornire ulteriore aiuto, la Commissione è pronta a mobilitare un’assistenza finanziaria straordinaria tramite fondi come il Fondo per le frontiere esterne e il Fondo europeo per i rifugiati". Qualcosa è già stato stanziato, ma si può e si deve fare di più.
Quarto punto: le riforme politiche ed economiche della regione. Per Barroso "non dobbiamo solo affrontare le conseguenze di queste crisi: dobbiamo contribuire ad affrontare le ragioni profonde di questo processo. Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma politico nei rapporti con i nostri vicini meridionali". Il presidente della Commissione parla di una "Patto per la democrazia e la prosperità condivisa", a metà strada tra una lungimirante politica di vicinato, un "piano Marshall" per il Maghreb, una più convinta azione per la cooperazione allo sviluppo, la democrazia, la pace e i diritti umani.
Su questi temi gli Stati membri e l’Europa comunitaria si giocano oggi buona parte della loro credibilità internazionale.