LIBIA
La Caritas libica accanto a rifugiati e profughi africani
"Abbiamo bisogno di aiuto finanziario per rispondere alle necessità di migliaia di profughi africani rimasti a Tripoli". È questo l’appello, lanciato oggi tramite il SIR, da padre Alan Arcebuche, direttore di Caritas Libia, che a Tripoli gestisce un centro migranti e assiste soprattutto i rifugiati da Eritrea, Etiopia, Somalia e altri Paesi dell’Africa sub-sahariana, che non sono in condizione di mettersi in salvo uscendo dalla Libia, dove gli scontri tra rivoltosi e forze governative si stanno facendo più aspri. In più i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, per cui la Caritas è sempre più in difficoltà nell’assistenza. È salito ad oltre 200 mila il numero di persone fuggite dalla Libia, stando agli ultimi dati resi noti dalle Nazioni Unite. Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim#, dallo scoppio delle rivolte al 5 marzo 203.756 persone, soprattutto lavoratori migranti, hanno lasciato il Paese nord-africano. L’ultimo aggiornamento dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari #Ocha) riferisce che 90.306 persone sono giunte in Egitto, 110.331 in Tunisia e 3.119 al sud, in Niger.
Avete notizie recenti di scontri?
"Ieri, fin dalla mattina, abbiamo sentito spari in tutta Tripoli e urla di gioia, come se si stesse celebrando una vittoria. Tripoli è ancora sotto il controllo delle truppe governative. Secondo informazioni che abbiamo ricevuto, ci sono una trentina di feriti negli ospedali dell’area di al-Zawiya, a 45 km da Tripoli ma non sappiamo quante persone sono morte".
Qual è oggi la situazione dei migranti di cui vi occupate?
"Il problema principale, in questo momento, è rispondere ai bisogni dei tanti rifugiati africani, che fanno capo al nostro centro. A Tripoli seguiamo 400 eritrei, 200 etiopi e 200 somali, che sono in grande difficoltà. Non possono tornare nei loro Paesi, dove sono perseguitati. Soffrono molto, non possono uscire di casa, non hanno più cibo. Qui in Libia non sono al sicuro. Per questo abbiamo fatto un appello nei giorni scorsi, tramite il vescovo, per evacuarli in qualche altro Paese. Ci sono anche 600 africani subsahariani, che però possono tentare di raggiungere la frontiera con la Tunisia. Anche altri 400 africani sub-sahariani, nigeriani e ghanesi sono in difficoltà per gli stessi motivi".
C’è cibo disponibile a Tripoli?
"Il cibo c’è ma i prezzi sono aumentati del 2-300 per cento. Anche il riso, che costava 8/10 dinari ora costa 25/30 dinari. Ci troviamo in difficoltà, non abbiamo risorse sufficienti per assistere tutte queste persone. Il procacciamento di generi alimentari e di acqua è difficile anche per i libici".
Avete ricevuto aiuti da qualche Paese europeo?
"No, perché gli aiuti umanitari hanno difficoltà ad entrare in Libia. Quindi la cosa più importante ora è inviare aiuti finanziari per comprare cibo in loco e rispondere alle necessità di migliaia di profughi rimasti soli a Tripoli".
Quindi il lavoro per la Caritas si fa sempre più duro e difficile…
"Sì è molto duro perché siamo tutti volontari. Inoltre molti medici filippini hanno lasciato il Paese, e questo comporta disagi negli ospedali, con l’aumento dei feriti.
Avete paura?
"Sì, siamo molto preoccupati. È difficile muoversi, è impossibile uscire dalla città".
Ci sarà o no un post-Gheddafi?
"È difficile dirlo ora. Perché le forze governative sono molto forti, sia a Tripoli, sia altrove".
Cosa auspica per il futuro dei libici?
"Bisognerebbe provare a cercare una possibilità di riconciliazione e pace. Ma c’è ancora una potenziale instabilità politica in tutta la Libia".
La comunità cristiana ha avuto feriti o morti?
"Finora la comunità cristiana non è stata coinvolta direttamente nel conflitto, ma è stata colpita dagli effetti indiretti della guerra, come l’aumento dei prezzi o l’impossibilità di uscire dalla città".
Riuscite a svolgere normalmente le vostre celebrazioni?
"Negli ultimi due/tre giorni abbiamo celebrato una sola messa perché la gente ha paura di uscire di casa".
Tra i cattolici stranieri, chi è rimasto e chi è partito?
"Una decina di religiose spagnole e maltesi appartenenti a due comunità hanno deciso di lasciare la zona in cui operavano dopo due giorni di duri scontri. La decisione è stata presa dai superiori. A Tripoli rimangono invece 4 comunità religiose, con una ventina di suore. Circa 3.000 filippini, soprattutto donne che lavorano negli ospedali come infermiere, sono ancora in Libia. Hanno deciso di rimanere per assistere i feriti, per non rinunciare alla loro missione".