Shahbaz Bhatti
I funerali a Islamabad e nel villaggio di Kushpur
"La voce della verità non sarà mai ridotta al silenzio. E non permetteremo che l’oscurità prenda il sopravvento sulla luce. Il suo lavoro non si fermerà con la sua morte, lo continueremo noi". Queste le parole anticipate al SIR di mons. Joseph Coutts, vescovo di Faisalabad e vicepresidente della Conferenza episcopale pakistana, che parlerà durante le esequie del ministro delle minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, assassinato mercoledì mattina a Islamabad, in Pakistan, perché voleva modificare la legge sulla blasfemia. I funerali saranno oggi pomeriggio a Kushphur (che significa "città della gioia"), il villaggio cattolico nella diocesi di Faisalabad dove Bhatti era nato. Saranno presieduti da mons. Coutts e concelebrati da tutti i vescovi pakistani (saranno presenti anche tre vescovi protestanti), ma l’omelia sarà pronunciata dal cugino di Bhatti, padre Emanuel Parvez, "perché l’evento ha implicazioni politiche", precisa il vescovo. Non sarà una vera e propria messa vista la presenza di molti musulmani, di autorità civili e di leader di altre religioni. "Bhatti si batteva per la verità, era un uomo molto buono, fortemente cattolico e credeva veramente nella possibilità di aiutare chiunque, anche attraverso il dialogo interreligioso", ricorda mons. Coutts. "Porteremo avanti il suo lavoro. Dopo i funerali ci incontreremo e decideremo cosa fare".
Una messa a Islamabad e una a Roma. Una prima messa si è svolta questa mattina a Islamabad, presieduta dal vescovo emerito, mons. Anthony Lobo, assieme all’attuale titolare della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, mons. Rufin Anthony, e altri 18 sacerdoti. Alla celebrazione c’era anche il primo ministro del Pakistan, Yousuf Raza Gilani, e molti politici. Una messa di suffragio per ricordare il ministro Bhatti sarà celebrata anche a Roma, domenica 6 marzo. La celebrazione, organizzata dall’Associazione pakistani cristiani in Italia, si terrà c/o il Pontificio Collegio S.Pietro Apostolo (viale delle Mura Aurelie 4) alle ore 16.30.
Sapere la verità non sarà facile. Il Pakistan è "un Paese molto particolare, sapere la verità sull’omicidio di Bhatti sarà un po’ difficile. I servizi segreti ci sono e lavorano, per cui tutte le ipotesi sono possibili. Stamattina i giornali dicevano che la polizia, in seguito all’attentato, ha arrestato 60 persone, poi ne ha rilasciate 30". Lo racconta al SIR Roberto Pietrolucci, rappresentante della Comunità di S.Egidio in Pakistan. Pietrolucci aveva incontrato il ministro Bhatti il 1° marzo, la sera prima dell’assassinio, e la mattina stessa dell’attentato lo aveva sentito al telefono. "Aspettavo un sms con il numero di telefono di un suo amico imam racconta . Purtroppo non è mai arrivato". Per i cristiani in Pakistan la morte di Bhatti "è stata una grossa perdita dice Pietrolucci perché Bhatti credeva nel dialogo con i musulmani, era alla ricerca dell’amicizia con tutti". "Purtroppo osserva Pietrolucci , anche in Europa, è in corso una tendenza a radicalizzare il dibattito e lo scontro, ma non è quella la strada. Se si vuole fare qualcosa bisogna insistere sul dialogo". Ora, dopo la sua morte, "la situazione è molto bloccata ammette . Tutti hanno paura. Ultimamente il governo era più forte, perché avevano ridotto il numero dei ministeri. Bhatti era più sereno e fiducioso, aveva speranza che si potesse costruire qualcosa". Il governo in questi giorni "ha fatto molte dichiarazioni di condanna dell’assassinio dice Pietrolucci ma dovevano pensarci un po’ prima. Togliendogli la scorta l’hanno condannato a morte. Non è vero che non la voleva, questa è un’altra mistificazione che circola. Quando l’ho incontrato un mese fa a casa sua, era molto preoccupato per la sua sicurezza. C’era infatti chi chiedeva di togliergli la scorta. E così hanno fatto". Anche sui giornali pakistani "ci sono pochi articoli sull’assassinio di Bhatti, nonostante fosse ministro. Qui un cristiano non fa molta notizia".
Non radicalizzare lo scontro. In Pakistan la legge sulla blasfemia "potrà essere cambiata solo se diventa una battaglia di tutti, non solo dei cristiani". È il parere espresso al SIR da Massimo Pallottino, dell’ufficio Asia di Caritas italiana, che ha incontrato Bhatti lo scorso mese di novembre a Islamabad. Caritas italiana sostiene in Pakistan numerosi progetti, in seguito alle alluvioni dell’agosto 2010. Secondo Pallottino, "bisogna opporsi al tentativo di usare la religione come motivo di conflitto. Stare attenti alle semplificazioni e difendere invece le libertà di tutti, per la convivenza civile e la dignità di tutti i cittadini del Pakistan". Il ministro Bhatti ricorda Pallottino "non era solo un cristiano, era un ministro delle minoranze religiose. E sappiamo che la legge sulla blasfemia fa più vittime tra i non cristiani che tra i cristiani". Pallottino cita dati recenti della Commissione pakistana giustizia e pace: su 30 donne accusate di aver infranto la legge sulla blasfemia una dozzina sono cristiane, tra cui Asia Bibi. Le altre sono musulmane, indù, ahmadi o di altre confessioni. La Caritas lavora serenamente anche con i musulmani e in Pakistan ci sono molte organizzazioni musulmane che stanno levando la voce per chiedere la modifica della legge sulla blasfemia.