UNIONE EUROPEA

La Libia che verrà

Serve un equilibrio tra transizione e stabilità

I libici scendono in piazza e il colonnello Gheddafi traballa; i cittadini irlandesi si recano ai seggi elettorali e la guida del governo cambia colore politico. Due eventi geograficamente lontani, assai diversi tra loro. Eppure emblematici di sfide più che mai globali cui l’Europa e il mondo sono chiamati in questi giorni.
La Libia che si ribella al dittatore, seguendo le orme dei vicini Tunisia ed Egitto, segnala il fatto che i popoli della sponda sud del Mediterraneo stanno prendendo consapevolezza della mancanza di libertà e di democrazia che da troppo tempo (forse da sempre) opprime i rispettivi paesi. E già altre nazioni arabe sono in fermento. Il rispetto dei diritti umani, l’aspirazione alla pace, la legittima ambizione al “governo del popolo” hanno attraversato il “mare nostrum”, portando scombussolamenti politici e nuovi interrogativi: chi, ad esempio, guiderà domani Tripoli o Il Cairo? Quali forze assumeranno le redini della transizione? Quale il ruolo delle potenze “straniere”?
Inutile nascondere che l’attenzione dell’Ue e degli Stati Uniti, oltre che di Cina e Russia, si concentrano sul nord Africa anche in relazione a tre problemi che accompagnano questi “fiori della libertà”: i possibili esodi di massa che potrebbero portare centinaia di migliaia di migranti sulle sponde meridionali del Vecchio continente; il nodo delle forniture energetiche (e il prezzo del petrolio alle stelle già annuncia un duro colpo per le economie europee); il pericolo, sempre latente, del terrorismo internazionale. “L’Unione europea deve trovare un equilibrio tra la transizione democratica e il mantenimento della stabilità, affinché gli abitanti della regione possano prosperare nei loro paesi”, ha affermato Csaba Hende, ministro della difesa ungherese, a margine del Consiglio Ue (24-25 febbraio) che ha affrontato la questione. In sostanza il messaggio è questo: sì alla democrazia, no ai barconi di rifugiati verso le nostre spiagge. Ma non sempre è possibile far quadrare il cerchio.
A Dublino, invece, gli elettori hanno votato il 25 febbraio per scegliere il nuovo Parlamento e il futuro Esecutivo: il Fianna Fail, al potere da quasi 15 anni, dopo aver guidato il boom economico dovrà lasciare il governo ad altri partiti (il vincitore assoluto Fine Gael, probabilmente in coalizione con i Laburisti), con l’accusa di non aver fatto abbastanza per fronteggiare la crisi economica e finanziaria che ha travolto le banche e le finanze pubbliche, costringendo l’Ue a intervenire con un massiccio piano di aiuti da 85 miliardi di euro.
Era già accaduto in Grecia e forse altri paesi avranno bisogno di un sostegno comunitario, tanto che l’Unione sta varando l’European financial stability facility, ovvero un fondo permanente da 500/750 miliardi di euro in grado di portar soccorso agli Stati che si trovassero in difficoltà. Sono decisioni che si stanno assumendo in queste settimane: un summit dell’Eurozona è fissato per l’11 marzo, il Consiglio europeo decisivo è in calendario il 24-25 marzo.
Ma la situazione dell’Irlanda è in realtà un caso europeo, un monito a tutti i governi del continente, chiamati a guardare sempre oltre le proprie frontiere. Economia, democrazia, migrazioni, diritti fondamentali, energia, stabilità, sicurezza: non si tratta più di “affari interni”, ma piuttosto di un complesso Risiko planetario.