MEDIO ORIENTE

Obbligo di cautela

Quali previsioni dopo le proteste?

Crescono le proteste in Medio Oriente e nei Paesi nordafricani. In Libia la tensione è alle stelle. Il discorso televisivo di uno dei figli di Gheddafi ha ulteriormente innalzato il livello dello scontro. Secondo notizie che giungono dal Paese molte città sarebbero in mano ai dimostranti, mentre unità dell’esercito avrebbero scelto di disertare. Analoghe drammatiche situazioni in Yemen e Bahrein. Molti Paesi occidentali stanno pensando di rimpatriare i propri connazionali. Su quanto sta accadendo in Medio Oriente e Maghreb il SIR ha intervistato il direttore del Middle East programm del landau Network –Centro Volta (Lncv), Riccardo Redaelli.

In questi giorni stiamo assistendo all’allargamento delle proteste in molti Paesi mediorientali e nordafricani, quasi un effetto domino. Ci sono elementi comuni in queste manifestazioni?
"In queste proteste ci sono dei minimi comuni denominatori che hanno a che fare con una profonda insoddisfazione del popolo, con la sua crescente frustrazione ed una mancanza di rappresentatività. Stiamo parlando di regimi, come Egitto, Tunisia, Algeria, Libia che sono usciti dalla colonizzazione con grandi aspettative. Gli stessi leader che hanno guidato la decolonizzazione hanno poi gestito per decenni il periodo post-coloniale. Lo hanno gestito malissimo, senza dare democrazia, senza garantire rappresentanza e accesso a beni primari quale istruzione, lavoro, casa. Questa sclerotizzazione è rimasta incapsulata prima nella Guerra Fredda, poi nell’ossessione del terrorismo e della lotta all’Islamismo e alla fine, un dato contingente ha fatto scoppiare questa bolla. Ovviamente ci sono anche delle differenze tra le dittature come in Libia o Iran e regimi autocratici, meno violenti, come Tunisia e Egitto dove è stato più facile rimuovere i presidenti".

Quali potrebbero essere gli esiti di queste manifestazioni popolari?
"Le Repubbliche presidenziali illiberali sono crollate facilmente quando il vertice politico ha cercato un accomodamento, un compromesso con il popolo che protestava. Questo è il segnale che non c’è più la volontà di reprimere brutalmente. Altro fatto interessante, in questa fase, è la posizione delle Forze armate che nei regimi più strutturati, maturi, hanno rifiutato di essere strumento di repressione. In Yemen, in Bahrein, dove c’è l’incognita dell’Arabia Saudita, e in Libia, questo non sta avvenendo. Mi pare, tuttavia, che si stia facendo largo la tendenza ad un forte cedimento anche perché, e questa è una novità, non c’è nessuno che, a livello internazionale, appoggia i dittatori, come in passato".

La rivolta araba sembra il primo vero punto di incontro tra Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente che non si sono mai amati molto, pensiamo ai dissidi all’interno della Lega Araba. Si può, quindi, parlare di evento epocale?
"Di certo è un evento che rimarrà nella storia ed è un cambiamento evidente. Quanto al legame tra Maghreb e Medio Oriente va ricordato che questo si era rotto negli anni passati, dopo la fine della Guerra Fredda. Allora il Medio Oriente si era legato alle vicende che accadevano nel Golfo, in Afghanistan e Asia Centrale, mentre il Maghreb e parte del Nord Africa seguivano percorsi propri. Queste vicende hanno invece accentuato il carattere arabo della rivolta, accomunando il mondo arabo. Siamo solo agli inizi, ci sono tantissime situazioni di crisi molto diversificate come in Bahrein dove assistiamo alla rivolta della maggioranza sciita contro il governo sunnita. Qui la repressione è appoggiata dagli Usa, che in Bahrein hanno una strategica base navale".

Alla luce di questi stravolgimenti in atto, cosa potrebbe cambiare nelle relazioni diplomatiche, specie dell’Ue, con il mondo arabo mediorientale e nordafricano?
"Presto per dirlo. Siamo in una fase transitoria, sono caduti alcuni regimi, altri forse ne cadranno. Le nostre relazioni dipenderanno moltissimo da come evolveranno questi Paesi. L’equazione ‘caduta del regime uguale avvento della democrazia’ è molto illusoria. Basta vedere cosa è accaduto a Paesi arabi molto più maturi, come il Libano, dove dopo la cacciata della Siria in seguito all’omicidio di Hariri, non si è ancora trovato un equilibrio democratico. Bisognerà verificare il ruolo dell’esercito e dei partiti islamisti che ora si mostrano molto prudenti ma il tempo lavora per loro. Da parte europea c’è la volontà di aprire dei canali per mantenere rapporti diplomatici, politici ed economici forti anche per rispondere ad esigenze di sicurezza".

Parlando di sicurezza, in queste ore vengono agitati, specie dalla Libia, alcuni spettri per Ue e Usa: nessun freno all’emigrazione, rinascita del fondamentalismo islamico e crisi petrolifera. Sono spauracchi o reali minacce?
"Sono spauracchi agitati da chi ha paura di perdere il potere ma sono anche delle possibilità, non tanto il petrolio, quanto l’ascesa del fondamentalismo e l’emigrazione. Se dovesse cadere il regime di Gheddafi ci vorrebbe molto tempo per adottare adeguate misure di controllo. Ciò significherebbe una forte ondata migratoria. Purtroppo sono fattori oggettivi che si insinuano nell’immobilismo diplomatico europeo di queste ultime settimane".