LIBIA
Intervista con l’arcivescovo di Tripoli
Dopo la Tunisia e l’Egitto si infiamma la rivolta anche in Libia, nelle strade di Bengasi, ma è stata subita soffocata nel sangue, con i soldati schierati e almeno 24 persone uccise negli ultimi due giorni, secondo le denunce dell’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch. Le uccisioni si sono verificate dopo che gli oppositori di Muammar Gheddafi, al potere da 41 anni, hanno organizzato la “giornata della rabbia”. Gheddafi è apparso brevemente nel centro di Tripoli, circondato da una folla di sostenitori, ma non ha parlato. Abbiamo raggiunto telefonicamente il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli.
Com’è oggi la situazione in Libia?
"A Tripoli è tutto tranquillo, abbiamo la massima libertà e la possibilità di svolgere le nostre attività senza nessun problema. Oggi durante la messa ho pregato per il popolo libico, per le autorità, perché sappiano che noi preghiamo per la pace e la riconciliazione. A Bengasi, invece, la situazione è difficile. Temo che possa peggiorare, ma può anche finire tutto in pochi giorni. Però oggi abbiamo ritenuto opportuno non aprire la chiesa di Bengasi. Di solito il venerdì vengono a messa moltissime persone. E’ stata una decisione un po’ sofferta ma si teme che qualcuno possa trovare l’occasione per usare la chiesa come bersaglio. Cinque anni fa era stata assaltata per via della presenza degli italiani. Non ci sono avversità contro i cattolici, ma durante le manifestazioni qualcuno potrebbe approfittarne, magari con qualche forma di vendetta contro una istituzione straniera che tutto sommato ha libertà d’azione".
Perché la rivolta è partita da Bengasi?
"Purtroppo ci sono vecchie ferite del passato non ancora rimarginate, la gente è più amareggiata. La rivolta è animata dal desiderio di cambiamento, di miglioramento. Ma credo che la situazione potrà risanarsi. Certo, il governo dovrà fare qualche gesto di buona volontà, accontentando di più la popolazione".
Eppure pare che il governo abbia scelto la linea del pugno duro…
"Sì il governo sta usando il pugno duro, d’altra parte è difficile rimanere moderati se la rivolta è violenta. Si potrebbe arrivare ad un dialogo, ad una mediazione. Certo rispondere con la violenza non è la forma migliore".
Pensa che possa succedere come in Egitto e Tunisia?
"Non penso. Quello che posso dire è che la situazione sociale in Libia non è come quella dell’Egitto o della Tunisia. Il popolo libico sta bene. C’è qualcuno che potrebbe fare della rivendicazioni ma non è difficile accontentare gruppi di persone che hanno bisogno di qualcosa. Ad esempio abbiamo notato, in questi giorni, la diminuzione dei prezzi dei generi alimentari. E’ un segno di buona volontà, di voler venire incontro ai bisogni della gente. La gente in Libia vuole la pace, non la violenza".
Il popolo libico non è stanco di 41 anni di governo ininterrotto di Gheddafi?
"Difficile dare un giudizio. In Libia non c’è la povertà come in Egitto. Se chi governa accontenta la popolazione, non ci dovrebbero essere grossi problemi che possano turbare la governabilità. Certamente ci sono piccoli problemi che il governo con intelligenza potrebbe superare. Io mi auguro che capisca e vada incontro ai giovani. Penso che ci sia la buona volontà di far fronte a queste difficoltà e disagi. Negli ultimi mesi ci sono stati dei segnali: sono stati aumentati gli stipendi dei docenti universitari, sono state date alcune garanzie lavorative. Certo, i salari minimi potrebbero essere aumentati, i prezzi degli alimenti andrebbero ancora ridotti".
A livello internazionale è risaputo che la Libia non è un campione nel campo dei diritti umani: la popolazione non ne soffre?
"E’ difficile fare un discorso sui diritti umani: teoricamente è vero, praticamente il discorso può valere per tanti altri Paesi, non solo per la Libia. Dov’è che i diritti umani sono rispettati? E’ vero, ci sono delle situazioni che potrebbero far riflettere. La Libia è un Paese giovane che ha bisogno di farsi le ossa. Non ha ancora una costituzione o un modo di governare come gli altri Paesi. Ma a suo modo sta facendo un esperienza di servizio alla società".
Quindi, a suo parere, non è ancora tempo di democrazia per la Libia?
"Questa è una democrazia sui generis. La gente è libera di aprire delle attività. Ma ha anche bisogno di formazione e crescita nella responsabilità, che ancora non c’è nelle strutture sociali. La Libia non è ancora pronta per una democrazia secondo lo stile occidentale. Ha ancora bisogno di qualcuno che guidi con mano forte e tenga in mano la disciplina e l’ordine, altrimenti il Paese non è governabile".
Qual è, a questo punto, il suo auspicio?
"Il mio augurio è che si trovi un modo per riconciliarsi con la popolazione. La gente non vuole disordini, ma vuole stare meglio, è chiaro. Spero che il governo faccia qualche concessione in più per andare incontro soprattutto ai giovani. Se le manifestazioni si svolgono pacificamente credo che il governo possa fare un passo di generosità. Ma se le rivolte sono violente il governo risponde allo stesso modo".